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Spille da balia Punte di diamante

Gemma Forti aggiunge un’altra perla alla sua poesia non consolatoria, di idee non oziose o intrattenitrici. Ironica fin dall’inizio, si è chiarita già dal titolo in Candidi asfodeli vezzose ortiche (2004), ne Il pollice smaltato del 2013 (o in certa narrativa, per esempio quella dei racconti). In Spille da balia Punte di diamante, sua ultima raccolta, l’ironia si rivela più ruvida. Talora urticante, volutamente.

Spille, punte. Acuminate. Sottili strali. Spinte conflittuali. Frecciate, frecciatine in basso (balia) in alto (diamante). Dirette ad abbassare creste (sezione “Il colletto bianco”) tanto fallaci quanto improprie sulla testa di narcisi autocelebrantisi (subito sfioriti, va da sé); a scalfire superbie diffuse nei cieli, anzi nelle celle, di ambienti letterari (sezione “Arcadiette e dintorni”); a striare il pensiero di chi, inconsistente, ciò nonostante pontifica (sezione “Cosmogonia”) nei luoghi più diversi, diffusi in lungo e in largo nel bla-bla di incontri più o meno di rito dove gli scontri (in TV, a esemplificare) sono ad usum delphini, infruttuosi pertanto; a mettere in bilico le convinzioni di chi ritiene di poter farsi voce assoluta dell’oggi (sezione “Vox”).

Un andare chiaro, quello della poetessa romana, ribadito in questo suo libro: dalla constatazione al proprio sentire, da questo alla pagina bianca “punteggiata” di colpi. Spesso sono versi a cascata, differenziati nel carattere (normale, corsivo, neretto), nel corpo. Ma non una cascata di versi quanto una cascata che, dall’imput visivo dell’exergo, precipita nel fondo per risalire in altri schizzi: un po’ come accade, fisicamente, all’acqua che raggiunge il fondo e, agenti istantanei l’altezza e il peso, torna alla superficie proiettandosi in alto. E ricade, così, nel suo significato-gioco esplicito. Come nella sezione “Vento di scirocco”, in cui l’avarizia dell’Europa (dell’Italia in essa da sud a nord, della Francia a Ventimiglia, ecc.) viene straziata dal terrorismo.

Evidenze, resoconti, constatazioni di una cronaca amara, di un tessuto sociale e culturale, umano in definitiva, sconnesso. Sconnesso (“S/CON/NES/SIO/NE”) nella comunicabilità, fino alla sillabazione, cioè fino alla unità se non minima, certamente minimale. E, dunque, del tutto inutile.

Nessuna remissione di cambiamento? Chissà.

Forse non era qui che vivevo
ma altrove
procedeva la mia vita

Forse la parola chiave
una speranza
una certezza

forse per non morire di dolore
annegata nei ricordi
di una vita lunga
corta
felice
in/felice
in/sperata
di/sperata (p. 86)

Il forse dà la memoria di un’umanità già stata, e tuttavia senza gli alibi, propri del ricordo ambiguamente dolce, spalmati sopra quella passata realtà. Il dubitativo dà forza alla speranza: non si sa dove possa essere scovata, né da dove possa essere tratta fuori, ma – nominata come è – ha riscontro nell’interiorità che la desidera. Se potrà averlo mai nel di fuori, non è esplicitato né detto in figure. Pour cause.

Recensione
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