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Vittoria Mosca Toschi: amantssima delle belle arti

Una monografia viene dedicata da Elena Bacchielli alla marchesa Vittoria Mosca Toschi, pesarese (1814-1885), singolare figura di donna, colta, informata, vissuta nell’ambiente di una intellettualità nobile o assimilata della Pesaro del 1800. Già nel 1990 era uscito lo studio di due ricercatrici pesaresi, Chiara Barletta e Anna Marchetti, che, a tutto tondo e per la prima volta, avevano ricostruito la personalità e l’operatività rivolta alla comunità di Vittoria Mosca Toschi (Il mondo privato e l’eredità pubblica di Vittoria Mosca Toschi).

La monografia di Elena Bacchielli, alla cui base vi è la sua tesi di laurea (a.a. 2006-2007) conservata nell’impostazione, è arricchita di notizie sulla vita e sulla famiglia della marchesa e di documentazione: una scoperta, per esempio, le poesie di Vittoria Mosca Toschi.

Due, come primo riscontro, i tratti della singolarità di questa donna.

Lasciò il suo patrimonio – un palazzo e quel che era in esso contenuto: ceramiche, libri, mobili, quadri, oggetti d’arte – alla città di Pesaro perché ne nascesse un museo, il museo di Arte Industriale. Che, come tale, non esiste più. Ma esiste il Palazzo, mentre il suo patrimonio è custodito parte nei Musei civici, parte nella Biblioteca Oliveriana.

Sposò a 42 anni l’uomo politico eugubino, Vincenzo Maria Toschi, che le fu devoto e sincero, più giovane di lei di sedici anni, opponendosi alla proposta di un marito “servito” da altri.

Non fu serena la vita di Vittoria Mosca Toschi. Di famiglia milanese, i Mosca si trasferirono a Pesaro. Vittoria e le due sorelle furono educate in un collegio di Firenze perché ritenuto più adatto alla loro istruzione e formazione. Anni felici, forse, prima di essere colpita da lutti familiari ripetuti e improvvisi (il padre, la sorella Carolina, la madre).

Scriveva i suoi pensieri, Vittoria, scriveva lettere. Scriveva poesie.

Liriche diaristico-consolatorie, descrittive, nel solco della tradizione, ma di una certa grazia e di sicura sapienza metrica e ritmica. Come il Sonetto IV del suo Saggio poetico pubblicato a Firenze nel 1952: « O Luna amica degli afflitti cori, / o notturna di pace ispiratrice, / A te un saluto una mest’alma indice / delira in vagheggiando i tuoi splendori./ (…)».

Il sottotitolo, Tra intimità poetica e filantropia, dello studio di Elena Bacchielli anticipa la prospezione verso il privato, non chiuso in sé, aperto invece ad orizzonti non limitati.

Si evince dai numerosi scritti, molti gli inediti, offerti nel volume: lettere alla marchesa, lettere della marchesa a familiari (la sorella Bianca), ad amiche, a personalità con risonanza o incarichi pubblici (Giulio Perticari, Gordiano Perticari, Terenzio Mamiani, Francesco Cassi); poesie e sonetti (Versi, Ivrea, 1857), d’occasione talora ma sinceri – onesti, direbbe Saba.

Ne esce la figura di una donna pensosa, sensibile, riflessiva, religiosa senza bigottismi.

La monografia riporta il ricordo del 1885 di Vittoria Al consorte Vincenzo, l’«affettuoso compagno nelle gioie e dolori della vita» (l’espressione è di Vittoria stessa). Il ricordo è costituito da poesie, precedute da una dedica al figlio Bettino (Benedetto), in cui viene presentato il padre nelle sue qualità perché il figlio ne porti sempre la memoria e ne abbia presente l’esempio anche tramite le parole della madre.

Inoltre, documenti che parlano da soli: lettere diverse, inventario della donazione, resoconto della discussione di accessione della donazione in consiglio comunale, schede di due dipinti notevoli ora nei Musei Civici, donazione del Palazzo Bentivoglio di Gubbio a questo comune, dove era nato il figlio, perché diventasse Ospizio per i malati cronici del paese, ecc.

L’immagine della nobildonna – che nei suoi spostamenti e viaggi: a Gubbio, a Napoli, ha acquisito esperienza e aperture – emerge nella sua lungimiranza, volta a non disperdere un patrimonio ritenuto prezioso e con un intento-progetto oltre l’immediato e il personale: «…la collezione doveva servire per lo studio dei giovani pesaresi dotati di senso artistico ma privi di mezzi finanziari per poterlo sviluppare». (Bacchielli, p. 146)

Vittoria Mosca Toschi, generosa di per sé e di famiglia: la Villa Caprile sulle colline di Pesaro – oggi Istituto Tecnico Agrario Statale – era stata donata dai Marchesi Mosca Toschi nel 1870 all’Accademia Agraria «al solo scopo che venisse utilizzata per l’istruzione dei figli dei contadini» (Bacchielli, p. 12).

Aveva capito i tempi, Vittoria Mosca Toschi, mettendoci di suo e anticipando tendenze ancora non troppo diffuse in Italia, già invece usuali in altre nazioni europee.

Recensione
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