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Laboratorio “Progetto Ulisse”,
Dalla rabbia al dolore e alla gratitudine.
Alla luce dell'Antropologia personalistica esistenziale di Antonio Mercurio

Caro Bruno, grazie delle tue preziose indicazioni su come prepararsi per il prossimo incontro del Laboratorio Ulisse, che risultano essere tracce di lavoro molto utili ed efficaci su cui continuare a riflettere e da approfondire. E’ vero, la volta scorsa è uscita fuori molta rabbia. Anch’io ho avuto modo di ripercorrerla, sia durante l’incontro che nei giorni successivi, in tutta la sua interezza.

C’è la rabbia verso mia madre, per i suoi silenzi; la rabbia verso mia sorella, per la sua irruenza e impulsività; la rabbia verso mia moglie, per il suo voler prevaricare; la rabbia verso mio figlio, per il tirare dritto sulle sue convinzioni; la rabbia verso la donna, per la sua vocazione a fare “la principessa sul pisello”; la rabbia verso gli altri, per il loro relazionarsi simile a “elefanti e carrarmati”.

Insomma mi sembra proprio un olocausto. Chi può salvarsi rispetto alla rabbia?. Una rabbia agita e potenzialmente distruttiva. Fortunatamente controllata; non agita totalmente, per timore dei danni potenziali che potrebbe provocare. Quando ci si spinge nel territorio della cecità, si provocano infatti danni irreparabili.

Passata la rabbia, quando il temporale si trasforma in buon temporale, cioè quando il temporale non diventa uragano, rimane comunque uno stato di frustrazione e aggressività, di inquietudine, che gradualmente richiama il buon senso e la possibilità di contattare il profondo e conseguente sentimento di dolore. Ed è come il cielo che si rasserena, a volte con una piccola pioggerella filtrata dal sole. E compaiono le lacrime feconde della trasformazione, del germoglio che spunta e si apre alla vita.

A questo punto, quando la rabbia molla la sua presa e dirada la sua nebbia, fino a sparire, la mente riconquista la sua distensione, si rilassa, e l’Io riconquista la sua libertà, si rimette in comunicazione con la parte cristallina dell’anima, pronta a riflettere e far uscire il tremendo dolore che l’attanaglia, soprattutto quello negato e rimosso, quello appena appena accennato durante lo stato di rabbia e poi negato, senza alcun lasciapassare per la coscienza.

Il dolore di rendersi conto dell’accaduto, di essere stati preda della cecità, di aver combattuto il proprio simile, di aver perso l’umanità, che ora per fortuna ritorna, perché a differenza della rabbia il dolore fa aprire gli occhi e umanizza.

Questa umanità, quest’essere uomo, prima ancora che mito, espressa dal grande poeta Omero e trapiantata nella figura di Ulisse, aiuta molto a riportarmi e recuperare il dolore per tutto ciò che di negativo e di spiacevole, fortunatamente di non irreparabile, succede nella vita. E poi ripartire, cercare di rendere produttiva l’esperienza, tracciare nuove strade, cercando e dando un senso alla sofferenza e al dolore.

Immaginiamo Ulisse che, in preda al suo egoismo, al suo narcisismo, al suo senso di superiorità, al suo disprezzo per il pericolo, al suo eludere la condivisione della gioia, al suo orgoglio, al voler vivere da solo il sapore del successo … immaginiamo per un attimo la rabbia, la furia, e anche il dolore, l’irrompere profondo del dolore di Ulisse, quando si rende conto di aver provocato il Ciclope Polifemo, di aver varcato la soglia e il limite del sopportabile, per entrare in quella dell’ingiuria e dell’offesa; proviamo a metterci nei panni di Ulisse quando si sveglia nella tempesta, solo per aver pregustato l’arrivo sulla tanta agognata costa di Itaca e si abbandona alla certezza di aver finito il suo peregrinare per il Mediterraneo, arroventandosi nelle accattivanti braccia di Morfeo; immaginiamo la sua condizione nel rendersi conto che aveva peccato di superbia e di troppa sicurezza, nel mentre il mare nuovamente lo inghiottiva, riportandolo all’indietro, perché i suoi fidati compagni avevano liberato dall’otre i venti imprigionati dal dio Eolo; immaginiamo ancora l’essersi svegliato dalla sbornia e dal gozzovigliare con le vacche sacre del dio Sole, dall’aver maltrattato la sacralità e la roba d’altri, per riacquistare coscienza della realtà, sul non rispetto delle regole, sulla poca, scarsa o nulla serietà, rispetto a sé e agli altri.

Ulisse, tornato uomo, ricontattando il principio di realtà, vorrebbe morire, vorrebbe buttarsi a mare, scomparire nel mare, vorrebbe seguire l’impulso necrofilo e odioso della morte, vorrebbe uccidersi. Ma quale soluzione sarebbe?. Distruggere la propria vita, per non avere la maturità di confrontarsi con le difficoltà e i pericoli della vita, per non far ricorso alla sua capacità adulta e matura, al suo amore per sé se stesso e per gli altri, al suo essere Persona.

In questo frangente, che richiama l’idea del suicidio, breve e lungo un’eternità, dove si decide per la morte o per la vita, Ulisse mostra tutta la sua saggezza e grandiosità, riconquistando il lume della ragione e la fiducia nell’altro, nei suoi compagni; si rende conto di non essere solo, riconquista il valore dell’altro da sé, il piacere dell’essere in compagnia con altre persone, i suoi compagni, che vivono e soffrono i suoi stessi disagi, la sua stessa condizione… allora Ulisse si umanizza e ritorna ad accogliere, ad accettare il dolore per i fatti accaduti e si riattrezza, si riposizione, per riaffrontare, in modo nuovo e rinnovato, l’avventura della vita.

Ecco come ancora oggi Ulisse, attraverso il Mito continua a parlarci del suo essere Uomo e Persona. Uomo dai mille patimenti, che lo rendono degno d’amore. Uomo che non si arrende, Persona che avvia processi dialettici continui e incessanti di trasformazione artistica e (ri-) costruzione, aprendo percorsi creativi e inediti di Bellezza, esprimendosi con parole di bontà e di gratitudine.

Di Ulisse, così racconta Omero:

«… Nove giornate di seguito navigammo di giorno e di notte,
al decimo già si scorgevano i campi paterni,
gli uomini intorno ai fuochi vedevamo, vicini.
Allora il sonno soave mi prese, ch’ero sfinito;
continuamente alla barra ero stato, senza darla a nessuno
dei compagni, perché più presto arrivassimo in patria;
e i compagni parole fra loro parlavano,
e dicevano che oro e argento a casa portavo,
doni d’Eolo magnanimo, figlio d’Ippote
… e vinse la mala idea dei compagni:
sciolsero l’otre: i venti tutti fuori balzarono,
e all’improvviso afferrandoli, al largo li riportò l’uragano,
piangenti, lontano dall’isola patria. In quel momento io fui desto,
e nel mio nobile cuore esitai per un attimo
se gettandomi giù dalla nave dovessi uccidermi in mare,
o soffrire in silenzio, e ancora tra i vivi restare.
Soffersi e restai… »

(Omero, Odissea, Versione di Rosa Calzecchi Onesti, Mondolibri, Milano 2001, Libro decimo, 28-53)

La decisione di restare è decisione per la Vita, di profonda accettazione delle condizioni avverse, di tutto quello che l’Universo riserva, come decisione di trascendenza per mostrare gratitudine e non più per sciogliere e liberare la cieca rabbia.

Non più sonnecchiare per spavalderia e orgoglio, non più abbassare la guardia proprio nel momento in cui dovrebbe invece aumentare la vigilanza e l’accortezza per la realizzazione e il buon esito del progetto, non più “gonfiarsi” e pavoneggiarsi nell’ostensione della propria falsa immagine idolatrata… non più, non più la cieca nebbia della rabbia, che offusca il cervello e offende il dono e il talento dell’intelligenza emotiva e creativa… quanto piuttosto l’umiltà di riconoscere il limite e gli errori commessi, per ripristinare la relazione amorosa e comunicativa dell’umanità da costruire, attraverso la capacità di amarci nel dolore e nell’umus fertile della gratitudine.

A questo punto mi vengono in mente tanti altri grandi Autori, più o meno a noi contemporanei, italiani e non, che, attraverso le loro opere, ci hanno facilitato e ci facilitano l’elaborazione di come uscire fuori dalla rabbia e potersi incontrare con il dolore e la conseguente gratitudine, rispetto alle difficili condizioni vissute, come situazione esistenziale contingente dell’essere umano.

Così è per Alessandro Manzoni che, nella sua opera maggiore I Promessi Sposi, ha donato così tanta energia e amore all’arte, tale da determinare l’impronta fondamentale d’avvio del romanzo italiano, ovvero la complessità e dovizia di particolari nel quale si sviluppa, soprattutto nella descrizione e caratterizzazione del paesaggio e del personaggio: come dimenticare il travaglio di Don Abbondio, l’incredulità di Renzo Travaglino, l’innocenza di Lucia, il coraggio di Fra’ Cristofaro, e poi Don Rodrigo, i Bravi di don Rodrigo, il dottor Azzeccagarbugli… insomma la miniera dell’universo letterario speso a vantaggio e a favore della conoscenza dell’animo umano, come contributo del travaglio poetico per mettere in scena i sentimenti, la condizione e le decisioni della Persona.

Credo il Manzoni sia impareggiabile nelle pagine conclusive del suo romanzo, quando presenta Renzo, in completa pacificazione con sé stesso, che trova nel racconto la migliore metodologia educativa per rivolgersi ai propri cari. Ed era bello dice il Manzoni “a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire”.

«Ho imparato» diceva «a non mettermi… prima d’aver pensato quel che possa nascere.» E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa.

«E io,» disse un giorno al suo moralista, «cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire,» aggiunse, soavemente sorridendo, «che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.»

Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, Renzo e Lucia, dice il Manzoni, “conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”.

«Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia»

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, a cura di Pietro Mazzamuto, Palumbo, Firenza 1966, decima ed., pgg. 794-795)

Vorrei ora solo accennare di un Autore, ingiustamente e molte volte troppo sbrigativamente, considerato minore o anche messo da parte, quanto invece a mio parere dobbiamo ancora penetrare l’insegnamento delle sue belle pagine di scavo interiore e di volontà nella trasmissione esistenziale del positivo che fuoriesce dal vissuto difficile e a volte negativo. Mi riferisco a Franz Kafka e in particolare alle sue opere Il Processo e Lettera al padre.

Dinanzi al “padre padrone” Kafka veramente insegna l’arte del perdono e della gratitudine. Nella sua lettera al padre così si esprime: “… eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro… ti prego però di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua… anche tu in fondo sei un uomo tenero e bonario… ”.

(Franz Kafka, Lettera al padre, Tascabili Economici Newton, Roma 1993, pgg. 28-29).

Tutto questo mio dire prende le mossa e trova riscontro nell’insegnamento dell’Antropologia Personalistica esistenziale, pazientemente e progressivamente messa a punto dal grande Maestro e Artista Prof. Antonio Mercurio della Sophia University of Rome, a cui va tutta la mia gratitudine per i suoi continui doni, espressi oggi nel libro Ipotesi su Ulisse, che è il testo base su cui si fonda e si sviluppa il Laboratorio Ulisse, ideato e tenuto dal Maestro Bruno Bonvecchi dell’Istituto antropologico esistenziale di Cosenza.


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