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Svanareggia

Puntare al centro del bersaglio

Con questa sua nuova pubblicazione, Svanareggia (Poesie 2016-2019), Gemma Forti procede nel suo percorso caratterizzato da una forma giocosa per dire cose molto serie. Questa giunzione ‒ apparentemente non confacente perché all’intonazione ludica sembrerebbero appropriati argomenti leggeri ‒ risulta, alla prova dei fatti, ottimamente produttiva. Come scrive al termine della sua introduzione Marcello Carlino, «Nell’alveo di una tradizione poetica minoritaria, che morde nella realtà ma ha ricusato gli schemi consolatori del realismo, Svanareggia è una tragicomica composizione sulle modulazioni di una espressivistica danza macabra».

Dunque, da un lato abbiamo il lavoro sul significante. Mi provo ad elencare i procedimenti principali:

‒ in primo luogo, l’aspetto che distingue la poesia di Gemma Forti è il verso centrato; ciò genera una forte dimensione visiva, in una sorta di carme figurato;

‒ non solo, ma si nota una propensione per il verso breve, quasi sempre libero, ma spesso supportato da una qualche base ritmica. Segnalo questa sequenza di senari: «la bocca s’impasta / la lingua s’inceppa / la mano s’intoppa», corroborata dal parallelismo sintattico e dalle omofonie (quasi-rime). Si può arrivare fino alla scomposizione dell’intera frase in parole-versi: «ora / ieri / domani // certo / forse / mai / più». Se però confrontiamo con il massimo caso di verso breve italiano che è Ungaretti, troviamo che qui la motivazione è tutt’altra; forse, è vero, c’è sempre angoscia, ma sotterranea in Gemma Forti e trasformata semmai in rabbia. La poesia non si rallenta per le continue pause, ma le assume come rilanci;

‒ gli stessi stacchi tra quelle che dovrebbero essere le strofe si inseriscono dentro lo sviluppo sintattico della frase, creando una ulteriore rottura compositiva, ma quasi più per l’occhio che per l’orecchio;

‒ la mancanza di punteggiatura aumenta la particolarità dell’impostazione poetica, anche se poi la continuità è frenata dalle iniziali maiuscole, quasi residuo della struttura discorsiva;

‒ i grassetti e i corsivi, che servono a segnalare i nuclei portanti;

‒ le barre, elemento specifico di scansione, qui usate raramente, si incuneano nel corpo della parola, per sottolinearne la contraddizione: “di/sperati”, “in/giustizie”. Noto che sulla copertina del libro il titolo stesso viene scomposto così: S/VAN/AR/EGGIA;

‒ metterei anche l’elencazione, sebbene procedimento abbastanza comune, qui comunque assai efficace, ad esempio: «scafisti ingordi / assassini / schiavisti / sfruttatori / dittatorelli da strapazzo / untorelli della paura». E poi ci sarebbe l’uso delle rime («serpenti / striscianti / petulanti scoccianti») e di vari altri procedimenti ritmici.

Ora, questi interventi sulla superficie del testo non inceppano, ma anzi caricano maggiormente l’intervento tematico, alzando il tasso satirico-polemico della raccolta. Direi che la collocazione del testo al centro della pagina si presenta come una sorta di mira verso il centro del bersaglio che è la condizione disastrosa del mondo. La poesia di Gemma Forti produce le sue alterazioni rispetto al linguaggio normale proprio perché in preda ad una alterazione a causa delle difficoltà di impedire questo corso catastrofico. Non resta che toccare di volta in volta i punti più dolenti: il dramma dei migranti (Oltre: «Al di là degli oceani / altri disperati / in barconi fatiscenti / rischiano la vita / in fuga da guerre / violenze eccidi malattie / fameeee»); l’indifferenza per il degrado ambientale planetario (Greta: «in difesa dell’ambiente / del clima / del pianeta / contro adulti / governanti / muti ciechi sordi»); il maschilismo (Macho: «Velista surfista / sciista / sempre in pista / parapendista / spericolato / a testa in giù // Ma / dal naso in su / piatto / leggero / lieve / evanescente / come neve / sino a evaporare / nel niente»); l’uomo forte in cui si riconoscono i tratti di un recente “capitano” (Castigamatti: «Paladino / contro gli umili / gli ultimi / i derelitti / in favore di confini / barriere / muri / lamiere / di acciaio / di ferro spinato»); l’evasione nella realtà virtuale («Per caso: «I sempre connessi / S/connessi per dolo o per caso / in/fausto destino / un giorno / fatale / ore ore / dal sacro totem / dei social / virali»); la “corazza” dell’indifferenza e dell’individualismo («Corazza d’acciaio / aria feroce / ogni giorno più truce / da duce / sguardo torvo / da killer / assassino»).

Ce n’è per tutti. E così come nel sistema di vita «Tutto ha un peso / Tutto un costo / Niente gratis», altrettanto l’autrice non fa sconti. Fino a chiamare in causa la stessa poesia. Poveri poeti, ormai messi al margine di una società che non può più permettersi zone infruttifere, che male possono fare? Possono fare, eccome: possono, credendosi al riparo dal male, intronarsi a voce superiore, fare emblema i loro piccoli patemi, costruire attorno all’io una identità qualsivoglia; in ogni caso salvarsi l’anima senza incidere. Gemma Forti, così li vede, in Poets, che poi neanche possono tanto vedersi gli uni con gli altri, rosi da insulse gelosie e frustrazioni, «in competizione / per un piccolo scranno / di cielo», isolati ciascuno nel suo vano autocompiacimento, «Atomi solitari // nel cosmo / inghiottiti / dal nulla».

Di questo “masochismo poetico” Gemma Forti non vuole saperne; preferisce il gioco e meglio ancora il gioco che si fa serio e diventa lo strumento per l’appello di una chiamata collettiva.

Recensione
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