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Petrolini e Dario Fo. Drammaturgia d’attore

Saggistica. Questo esteso saggio mette a confronto due “comici”, ma più esattamente attori di teatro, scrittori e molto altro. Perché? Viene da pensare a come in genere il pubblico consideri questi personaggi dell’arte in cui umorismo, satira, invenzione anche poetica si mescolano sino a creare un qualcosa di unico e inconfondibile.

Petrolini morì nel 1936: non avrebbe fatto in tempo ad assistere a ciò che la tirannia può diventare fino alle estreme conseguenze. Prima del regime e poi nel regime, il suo ‘umorismo’ sembra avere una funzione ben più profonda di quel che appare dalle semplici battute: la creazione di figure, storiche o di costume, per cui ad esempio Nerone diviene la critica di una attualità dove esisteva sì il desiderio di divertirsi, ma che il governo più serioso che serio impediva di realizzarsi completamente: è chiaro che le dittature e la satira o perfino l’umorismo tout-court spesso non vanno d’accordo, nel caso specifico troppo grandi sono i destini della patria.

Non va dimenticato che proprio nel periodo ‘petroliniano’ agisce il futurismo, probabilmente più vicino artisticamente all’attore nel suo intento dissacratorio. Potrebbe sembrare che oggi l’arte di Petrolini sia un po’ invecchiata: effetto del tempo, poiché pure in qualsiasi tipo di arte vi è quella parte che potremmo definire caduca, senza però venir meno alla sua importanza, per quanto soggetta a una determinata temperie.

In parallelo quindi assistiamo all’arte non di rado giullaresca di Dario Fo. I tempi sono cambiati, e anche il Potere, che sotto diverse spoglie deve mantenere il suo controllo. La politicizzazione risulta alla fin fine un aspetto non prevaricante: critica e umorismo possono benissimo andare insieme e svolgere appieno la loro funzione. Il gramelot che Fo usa è uno strumento appropriato a scardinare quella classicità che appartiene in più di un caso alla classe dominante.

Vi è una specie di linea diretta col medioevo, allorché non sempre i lazzi del giullare erano apprezzati. Sia in Petrolini che in Fo si assiste a un linguaggio funambolico, e oseremmo dire pirotecnico, per quella verbalità che si ricollega continuamente in virtù dei suoi rimandi psicologici e fonici, capace quindi di tradursi in vera invenzione, elemento su cui il teatro si regge sovente, sopra tutto nei caratteri esaminati. In particolare in Fo è in primo piano il coinvolgimento degli spettatori. Ovviamente il Premio Nobel ha tenuto conto della resa letteraria. Non va travisato perciò il Mistero buffo — stesso titolo che risale a Majakovskij.

In Fo sussiste evidente una religiosità per così dire terrena o popolare, un messaggio forse evangelico ma certo francescano. Il suo teatro ha sempre una funzione sociale, e qui potrebbe aprirsi una lunga discussione tra chi sostiene l’arte per l’arte e chi invece vi vede un mezzo per esprimere idee politiche o riferite alla realtà sociale in cui si opera. In genere chi fa satira, sia pur lieve, la indirizza non di rado contro il Potere, specialmente se è oppressivo o incapace. Già il Giusti, così pungente nei suoi versi, perlopiù ‘metricamente’ leggeri, sintetizza come il Potere si modifichi, ma in fondo rimanga fedele a sé stesso: “Ma silenzio! odo il cannone: | Non è nulla: altro padrone! | Habemus Pontificem.”

Recensione
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