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A mani ferme

Aldino Leoni, l’autore del testo che prendiamo in considerazione in questa sede, è nato ad Alessandria nel 1949 e cura fin dalla fondazione, nel 1981, la Biennale di Poesia di Alessandria.

A mani ferme è un testo non scandito; una forma concentratissima connota tutte le poesie e deve essere messo in luce che tutti i componimenti della raccolta sono omogenei tra loro. Il libro può essere suddiviso in due parti, anche se non è sezionato tramite titoli dei segmenti.

Nella prima, la più lunga, si leggono poesie quasi sempre brevi, tutte senza titolo; nella seconda tutte le composizioni sono provviste di titolo e sono di notevole lunghezza, e hanno un carattere più intellettualistico; tra i componimenti della seconda scansione possiamo leggere quello eponimo, che è un poemetto costituito da quattro strofe numerate.

La scrittura procede per accumulo e molti dei testi si possono considerare dei veri e propri frammenti, vista la loro brevità, e hanno un carattere vagamente epigrammatico. Molto spesso vengono detti elementi vegetali, come fiori, erbe, alberi o frutti, che possono avere anche una valenza metaforica e simbolica.

Le poesie sono caratterizzate da un senso di magia e sospensione; si nota un rigoroso controllo formale e viene nominato spesso il vento. Tutto (nella prima sezione) pare essere detto in un contesto naturalistico e anche le poesie costituite da più strofe si risolvono in un unico respiro.

Leoni può essere considerato, anche se questo non è l’unico aspetto della sua poetica, un poeta della metafora vegetale, avvicinabile a Bacchini o a Pennati; di Camillo Pennati riprende con coscienza letteraria, la tematica della sintonia uomo-natura di quella fusione che sembra così in crisi nella società del nostro postmoderno occidentale.

Anche a livello stilistico il nostro può essere paragonato a Pennati, per i versi sinuosi e le chiuse lapidarie, anche se rispetto al poeta di Sotteso blu, la versificazione di Leoni è meno articolata e i suoi componimenti sono molto più brevi.

La natura pare essere la protagonista della prima parte del libro e viene spesso nominato tra le righe un personaggio vago ed evanescente che viene evocato e del quale ogni riferimento rimane taciuto e la cui presenza sembra serpeggiare in alcune poesie, creando un senso di mistero..

Un senso d’indeterminatezza connota le poesie lunghe che leggiamo in A mani ferme, un senso di avvertita inquietudine, molto diverso dalla linea descrittiva, chiara e luminosa delle poesie senza titolo.

Nel componimento eponimo si nota una forte tensione verso la corporeità, nominata con ricchezza di particolari; il linguaggio si fa più articolato, pur mantenendo una certa dose di chiarezza e leggerezza..

Bella la prima parte, di questo, che può essere considerato quasi un breve poemetto, nella quale l’io-poetante si rivolge, quasi come se fosse un medico, ad una figura femminile, parlandole del suo corpo, della sua circolazione del sangue, e di un sonno indotto, probabilmente da psicofarmaci, che si risolve in un felice risveglio.

Come scrive Guido Oldani, nella sua nota introduttiva, “Ora, in questa raccolta dal titolo A mani ferme, tolti i belletti montaliani, resta il padre Ungaretti e per suo tramite, via che si va nell’esistenzialismo della natura, come un Sartre del Creato, prima che si declini, quello che si usa appellare, in qualche modo, nostra civiltà”.

La folle raccolta dei fiori
dai petali lucenti.
L’intenzione di farne
fiori secchi decorativi.
La sensazione graduale
che si trattava di fiori vivi.

Recensione
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