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Ancora meno

Luigi Cannone nasce a Milano nel 1965. Ha pubblicato le raccolte di poesie Larghe chiazze chiare (2008) e Le cose come sono (2018).

Ancora meno, la raccolta di poesie di Luigi Cannone che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Massimo Morasso esauriente e ricca di acribia.

Il testo è costituito da sessantaquattro frammenti numerati e per questo, oltre che per la sua unitarietà stilistica e contenutistica, potrebbe essere considerato un poemetto raffinato e ben cesellato.

Cifra essenziale della poetica di Cannone è quella di una vena intellettualistica e speculativa, di uno scavare in sé stesso nel tendere all’identificazione del vero senso della vita.

Un continuo interrogarsi a partire dall’incipit del primo componimento che è veramente alto: cosa resta di tutti i sogni scuri / che hanno recitato dentro di noi o anche solo della spina di luce / che avviene senza saperne ragione.

Qui c’imbattiamo nel dualismo luce-buio, nel nostro immergerci di lettori in un’atmosfera di onirismo purgatoriale, perché se i sogni sono scuri, d’altro canto c’è la presenza della spina di luce che avviene senza saperne ragione e la definizione di spina anche se è presente la luminosità può essere associata incontrovertibilmente al dolore dell’esistere stesso, che comunque ha come contraltare la gioia anche se i sogni sono scuri e del resto non esiste nulla di più imponderabile e misterioso del sogno stesso che fin dall’antichità è stato al centro dell’attenzione, dello studio e dell’analisi dell’essere umano.

Dalle due forze antagoniste viene fuori una parola detta sempre con urgenza nel domandarsi alla fine cosa resta e nella feritoia della dualità si colloca un non tempo produttivo nel chiedersi alla fin fine cosa sia la vita stessa se tutto si risolve in un ancora meno del titolo che costituisce la risposta al quesito fondamentale e fondante.

Il discorso del Nostro pare situarsi in continuità con quello della raccolta di poesie di Morasso precedente I nomi delle cose nella quale già era manifesta l’ansia speculativa dell’autore.

Del tutto antilirico e anti elegiaco il poiein del Nostro costantemente giocato tra accensioni e spegnimenti, momentanei impennarsi della parola sulla pagina nel decollare dei versi per poi planare in chiuse dolcemente.

Colpisce la musicalità che pervade questi componimenti ottenuta tramite un ritmo armonico e di strofa in strofa le immagini sembrano sgorgare, scaturire, le une dalle altre.

Emerge spesso (il tuo sguardo che mi cerca) la presenza di un tu del quale ogni riferimento resta taciuto e che potrebbe essere presumibilmente l’amata con la quale colloquiare in atmosfere sospese, magiche e visionarie.

Una riflessione costante quella di Luigi Cannone che si realizza tra le pieghe della mente per giungere ad un primo livello all’inconscio per poi riemergerne con il precipitato che sono le parole stesse icastiche e leggere.

Recensione
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