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Frontiere apparenti

Alessandra Paganardi vive e lavora a Milano. Frontiere apparenti, il libro che prendiamo in considerazione in questa sede, è la silloge vincitrice del Premio Astrolabio 2008; come è scritto nella motivazione delle giuria dello stesso premio, in pochi anni l’autrice si è imposta all’attenzione della critica come una delle voci poetiche più intense e originali, per la quale l’aggettivo “femminile” è del tutto scevro di connotazioni limitative; si tratta, infatti di una poesia innervata della speculazione critica e filosofica di stampo femminile ma non solo, più fertile e innovativa. Il testo è costituito da un dittico di poemetti, Città di mezzo e Museo e parole: il primo poemetto è formato da nove parti, mentre il secondo da tredici.

Bisogna sottolineare che le sezioni, che compongono rispettivamente i due poemetti, sono entrambe costituite da una singola strofa e che ogni singola sezione può considerarsi la parte di un complesso più vasto, come il tassello di un mosaico: le singole poesie sono tutte risolte in una sola strofa in modo elegante e sorvegliato. Nel primo poemetto si incontrano atmosfere materiche e suggestive e sembra di percepire,, nei suoi versi, sensazioni vive di colori, attraverso gli elementi naturalistici.

A caratterizzare Città di mezzo è la presenza di una natura rarefatta che fa da sfondo a luoghi indeterminati, ognuno dei quali diviene un’occasione. Si tratta di versi irrorati da una forte luce lunare; ogni riferimento, in queste poesie, viene taciuto e l’unico dato che ci è dato di conoscere è che l’ambientazione di queste poesie è quella di una città sul mare. Come cifra dominante in questi poemetti, emerge una natura rarefatta, sullo scenario di atmosfere serali e notturne e, molto spesso, questa poesia diviene riflessione solipsistica, nella quale l’io-poetante è autocentrato. La poesia di Alessandra Paganardi è del tutto antilirica e presenta una forte valenza filosofica ed è caratterizzata da eleganza formale. Il componimento che apre il libro è una poesia dal carattere programmatico e ha per oggetto la descrizione di un arrivo in un luogo di mare://-“Quando siamo arrivati nella sera/ l’aria era una grondaia di promesse-/ teneva in serbo una luna più forte/ più amica. La rampa della strada/ così vicina prolungava il buio/ come un racconto nuovo e più stanco/ che non si vuole smettere. Il libeccio/ non portava né timo né limoni-/ un tram di mezzanotte sempre vuoto,/ All’alba diventava una signora/ nel suo vestito largo// Lo sapevo che il mare non ha mani-“// ; in questa poesia troviamo una natura materica e una forte densità metaforica e sinestesica: proprio attraverso un’analisi di questa poesia, si può mettere a fuoco la sua originalità e la sua forza espressiva: infatti, Alessandra Paganardi riesce a dire efficacemente, una natura che non è assolutamente pittura né tantomeno oleografia, ma al contrario, in questo componimento, incontriamo l’urgenza dell’esprimere, attraverso vari sintagmi, una natura interiorizzata nel suo abitarla e nell’esserne pervasi. In questo contesto l’aria era una grondaia di promesse, verso in cui efficacemente si coniugano i termini aria e grondaia, caratterizzati da una connotazione del tutto materiale, con la parola promesse, che appartiene ad una categoria del tutto immateriale, del tutto legata ad un’idea astratta; del resto esempi di questo tipo nei poemetti ne incontriamo molti.

C’è una forte vena filosofica in queste poesie, che sottendono un vago autobiografismo: notiamo. nei componimenti di Frontiere apparenti, un forte attaccamento alla vita, al suo senso ultimo, una vita che vuol farsi esperienza critica di ciò che circonda la poeta, contesto spaziotemporale che viene interiorizzato, attraverso lo sguardo e poi tradotto in versi; da notare che tutte le poesie sono prive di titolo://-“Ferragosto, i trent’anni dell’estate./ Non immaginatevi la caduta/ del frutto colmo sul ramo. Ma, vedi,/ la fretta strana del sole che scende/ nel mare come in un’ appuntamento/ furtivo. Senti il fresco dell’ombra-/ cresciuto sulla guancia di un malato/ il cielo ha qualche stella di riserva…/”. Vaghezza e sospensione caratterizzano questi versi e c’è da notare l’uso frequente della punteggiatura. Molto originale, in questa poesia, l’immagine del sole che scende sul mare per un’ appuntamento furtivo. Insieme ad immagini naturalistiche, la poeta, come ci diceva, dà spazio a sensazioni che, molto spesso, si riferiscono alla temporalità come nel verso iniziale della poesia suddetta, che è il nono e ultimo componimento del primo poemetto.

Molto differente, non a livello formale ma contenutistico, il secondo poemetto intitolato Museo e parola: il museo è di per se stesso un luogo suggestivo per la sua bellezza e la forza evocativa di ciò che è in esso contenuto e l’autrice in questo poemetto, come dal titolo, porta a compimento la descrizione di un museo fatto di parole. La poeta non parte da un museo preciso, esistente materialmente, ma da un museo al di fuori dalla realtà storica e logistica. Con versi, nei quali incontriamo sospensione e mistero, Alessandra Paganardi ci conduce in un contesto vago e affascinante, dove una delle componenti fondamentali è il mistero: nel museo dell’autrice la presenza incombente dei quadri alle pareti, viene paragonata ad un’invasione barbarica e i vasi alle finestre sono finti: la permanenza stessa della visita al museo pare voler esorcizzare la morte, pare incarnare il desiderio di situarsi fuori dal tempo. Come afferma Valeria Serofilli nella postfazione a questo testo, il lavoro di Alessandra Paganardi ha dunque la capacità di muoversi sul filo che collega il concreto al sublime, il quotidiano a ciò che travalica le epoche, tramite uno sguardo sincero e attento ed un linguaggio nitido, calibrato in una ricerca di un’essenzialità ricca e viva, anche in virtù di uno stupore genuino, non costruito, cercato con tenacia e levità all’interno dei territori della realtà resa parola e della parola investita del potere di farsi territorio da percorrere, la frontiera e il suo superamento.

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La notte è una città da attraversare
con i suoi raggi, con i suoi paesaggi
a livello che tagliano le case
Immaginarsi là dove il confine
non divide nessuno, dove un ramo
appartiene a due mondi – a tutti i mondi
che non hai visto mai. Ripetere
con calma le ferita, solamente
per saperla nella bambagia cruda
delle mimose bruciate d’aprile-
un calice il mattino della cena.

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Soltanto ciò che è dato sarà tolto.
La terra, il mare, la radice invadente
allo stelo. Il dolore al ricordo
Una promessa è solo una scommessa
con il vestito dei giorni feriali
e la firma degli occhi.
E’ una zattera d’aria
non si sa chi la lancerà per primo
o chi da solo l’aspettava lenta
come una nave lontana.
Soltanto ciò che è stato si può scrivere
al catasto sbiadito del rimpianto.

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Sotto il tavolo stile Novecento
eri una chiocciola nella sua casa.
Ti chiamavano e tu restavi fermo
invisibile ai muri, alla cucina
al forno delle tazze senza gioia.
Era la tua madreperla di pietra
- c’era una specie di strano calore
come il temporale in una grotta.
Pipistrello sgualcito dai suoi sonar
rimanevi a guardare con le orecchie
i discorsi delle scarpe nervose.

Recensione
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