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La vocazione sospesa
Curzio Malaparte autore teatrale e regista cinematografico

Giuseppe Panella, autore de La vocazione sospesa, si è laureato in Storia della Filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove attualmente insegna. Si è occupato di filosofia e storia del pensiero politico; ha scritto numerosi saggi filosofici e monografie su poeti. Il testo è stato pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla di Roma, diretta da Velio Carratoni.

Curzio Malaparte, pseudonimo di Curzio Sukert, si può considerare una figura eclettica, in quanto i suoi interessi creativi hanno spaziato dal teatro al cinema, dalla narrativa al giornalismo.

Comune denominatore, sotteso a tutte le attività del nostro, è quello di una ricerca instancabile di espressioni e immagini, che contengano una forte valenza morale, relativa al loro ruolo formativo delle coscienze.

Questo allo scopo di manifestare una salutare tensione verso un azzeramento di ogni forma estranea alla piena realizzazione dell’emancipazione, in ogni settore artistico e culturale, a prescindere dalle tematiche trattate.

Il regista dimostrava così una piena adesione al parallelismo etico-estetico.

Per quanto riguarda la genesi dell’opera artistica di Malaparte, esistono, a livello teorico, un’avvertita coscienza dei suoi intenti, una grande lungimiranza ed una lucidissima intelligenza, nonché una certa dose di utopismo.

Nacque a Prato nel 1898 e morì nel 1957.

È stato direttore della “Stampa” di Torino.

Come afferma Panella, nel saggio, composito e ricco di acribia, il nostro considerava fondamentale l’attività teatrale dal punto di vista artistico.

Lo scrisse a chiare lettere in un articolo pubblicato sul “Corriere della sera” nel dicembre 1954.

Nel suddetto brano Malaparte affermava che il teatro è il modo di espressione artistica più nudo, più scoperto, più puro.

Il teatro, quando è teatro, è verità e liberta.

Un popolo che non abbia tradizioni teatrali non possiede senso di libertà e di verità.

Il teatro non solo non si concilia con la schiavitù politica e l’ipocrisia sociale, ma è lo strumento con cui si possono più fedelmente specchiare e denunciare le condizioni politiche, sociali e morali, economiche di un popolo.

Noi siamo il popolo occidentale venuto ultimo all’unità, alla libertà, alla verità.

La storia del nostro teatro ce lo dimostra.

Attraverso il teatro, il popolo italiano potrà esprimere la sua esigenza per una vita più giusta, più chiara, più libera.

Malaparte desiderava che la pensassero così anche altri scrittori italiani, così inspiegabilmente lontani dal tentare la difficile, pericolosa, dolorosa esperienza del teatro.

Per il regista il teatro è, dunque, una missione civile.

Scrivere testi, destinati alla rappresentazione scenica, veniva considerato qualcosa di totalmente diverso dal pubblicare opere poetiche, romanzi o saggi storico-critici (come egli aveva finora prevalentemente fatto), perché coinvolgeva il destino del proprio paese di appartenenza e serviva a coadiuvare la sua crescita sociale ed etica, in vista del raggiungimento dei suoi obiettivi generali di sviluppo intellettuale e morale.

Il teatro è considerato da Malaparte come specchio fedele del proprio tempo; un paese senza teatro libero e impegnato è per lui un paese più povero intellettualmente o moralmente e assai meno capace di corrispondere alle richieste e alle necessità che il suo popolo chiedeva che trovassero ascolto presso la sua classe dirigente.

Le varie messe in scena proponevano la questione della libertà espressiva dell’artista.

Il nostro si era sempre battuto contro la censura e il controllo politico (e poliziesco) del pensiero che continuava ad esistere anche dopo il fascismo in epoca democratica.

L’autore non fu mai denunciato o querelato per i suoi scritti politici sul “Tempo”.

Sapeva giocare con le parole.

Nel ’51 aveva pensato di fondare un “vasto organico movimento nazionale (niente politica) in difesa della libertà dell’arte, oggi così minacciata, nuovamente, in Italia, per opera dei nuovi gerarchi democris (sic) e delle direttive poliziesche in materia di censura”.

Poi non se ne fece nulla ma mantenne l’impegno di lottare contro la censura preventiva nel teatro e negli spettacoli in genere.

Vinse parzialmente la battaglia quando riuscì a mettere in scena una sua commedia scabrosa senza dovere apportare tagli, ma ci riuscì solo grazie all’autorevole “raccomandazione” di Fanfani e Pella.

Oltre che alla funzione civile il teatro serve anche al rinnovamento culturale e solleva questioni che altrimenti resterebbero di nicchia, impedendo che un pubblico più vasto ne abbia conoscenza e consapevolezza.

Anche il cinema ha, per lo scrittore di Prato, un’analoga funzione educativa, ma con ambizioni e prospettive diverse, rispetto a un tipo di spettacolo, che pur essendo “ancora” popolare lo è ormai assai di meno rispetto alle enormi platee che allora si concentravano di fronte al grande schermo.

Grande merito del regista è stato quello di provarsi ad analizzare (e poi usare) anche la pellicola per la diffusione dei propri temi e delle proprie ambizioni ideologiche e politiche.

Nella rivista Prospettive un numero è dedicato interamente al problema del cinema (1937) – e del suo futuro, soprattutto rispetto alla sua funzione educativa – percettiva.

L’esempio veniva dal duce del fascismo che aveva definito il cinema “l’arma più forte”, inaugurando gli stabilimenti di Cinecittà proprio nel 1937.

In Verità sul cinema Malaparte sviluppò un’accesa polemica contro l’estetismo, vale a dire contro l’interpretazione intellettualistica del cinema contro quella che egli considerava sopravvalutazione degli aspetti tecnici e meccanici del nuovo mezzo.

In opposizione all’estetismo e al tecnicismo egli propose un’interpretazione di tipo evoluzionistico, secondo la quale il cinema non viene visto come il risultato di un’invenzione scientifica e tecnica, quanto piuttosto di un’evoluzione che va da Shakespeare ai fratelli Lumiere, evoluzione che egli considerava “l’idea romantica di teatro”.

In apertura dell’articolo, Malaparte se la prende con la grande confusione che, attorno a un fatto di enorme importanza per la cultura, il gusto, l’educazione, è stata creata da “quella categoria di esteti, di snob, di dilettanti, di ratés che vivono ai margini dei teatri di posa”.

In realtà, il nostro se la prende un po’ con tutti.

Con chi ha teorizzato il cinema come Antiteatro e chi come Nuovo Teatro.

Polemizza con quanti hanno interpretato il cinema come una nuova religione e il film come “una preghiera collettiva”.

Se la prende con chi ha teorizzato la Settima arte e con Jean Cocteau che ha parlato di Decima Musa.

Con una sprezzante battuta:-“È proprio vero che un film val bene una messa”-..

La vocazione sospesa è scandita in tre sezioni: Una breve premessa di estetica, L’opera teatrale e le polemiche ideologiche e Il cinema come vocazione mancata.

Il secondo segmento è suddiviso in tre parti:

1.) De coté de chez Proust

2) Das Kapital

3) Anche le donne hanno perso la guerra

Il terzo è scandito in:

1) Il Cristo proibito e la sua genesi

2) Certamente un’occasione mancata

3) Lotta con il cinema

Fu un tentativo disastroso quello della prima prova di Malaparte come autore di teatro a Parigi nel 1948.

L’atto unico dedicato a Proust e alla nascita di A la recherche du temps perdu fu bocciato senza appello e senza nessun tentativo di recupero da parte sia del pubblico che della critica.

Il testo, epurato dalle micidiali considerazioni ideologiche, che lo aprono e che probabilmente ne hanno decretato la caduta, è apprezzabile per la mirabile capacità di sintesi con cui è costruito e per il modo con cui riesce a restituire certe atmosfere tipicamente proustiane.

Sono tre i personaggi della piece:: uno è Marcel Proust, in persona, freddoloso, coperto da una pelliccia pesante anche in ambienti molto riscaldati, tossicoloso e sempre con il fazzoletto in mano con il quale si copre la bocca; l’altro è un suo personaggio letterario, il marchese Robert de Saint-Loup, sottufficiale di cavalleria a Doncières, nipote del barone Charlus e non tanto segretamente amato dallo stesso scrittore francese che ne ha riconosciuto la natura omosessuale quale si rivelerà man mano nel corso dell’opera.

L’altra è Rachel detta Quand de Seigneur da Proust e che figura come una delle amanti ufficiali di Robert.

È lei la vera protagonista del testo teatrale (insieme alla “dimensione” omosessuale che accompagna e incentiva il crollo della società borghese del Novecento).

Il suo nome viene da una celebre aria dell’opera musicale in cinque atti La Juive di Jacques Fromental Halévy messa in scena la prima volta nel 1835.

Il genere teatrale e quello cinematografico, sono tra loro contigui in Malaparte.

Non costituiscono due compartimenti stagni, sottesi come sono, ad una forma di osmosi, allo stesso pensiero divergente dell’autore.

I due settori traggono linfe e forze creative l’uno dall’altro.

Attraverso la rappresentazione in generale, l’autore del romanzo La pelle, compie un’operazione consapevole, innanzitutto, ad un primo livello, di carattere intellettuale, e poi mettendo in scena la bellezza.

In Verità sul cinema del 1937 Malaparte scrive:-“All’antica convenzione “questa scena rappresenta un bosco” (il cinema) ha sostituito l’altra questo bosco rappresenta la scena di un bosco”.

“Ho realizzato quella che era la suprema aspirazione del teatro romantico: poter spalancare le quinte di cartone alla forza degli elementi, ai fatti della natura: piogge, vento, tempeste, alberi, prati, fiumi, monti, mari.

Veri cavalli, veri naufragi, veri incendi. Non soltanto le plein air ma la natura e la realtà come artifici e convenzioni cinematografiche, come personaggi o come macchine sceniche”.

Malaparte sceglie la via della convenzione rispetto a quella del realismo, ribadendo il valore segnico dell’immagine cinematografica (secondo Costa, tuttavia, l’idea del cinema come culmine e completamento del teatro era già stata enunciata da Carlo Ludovico Ragghianti in un suo saggio degli anni Trenta destinato a suscitare notevoli discussioni).

Figura calata a tutto tondo nel suo tempo, quella di Malaparte, sia sotto la dittatura, che in tempi di democrazia.

Il nostro, in tutte le sue attività, esprime la sua complessa visione del mondo, sempre in tensione contro l’acrisia dei suoi contemporanei e verso la riscoperta dei veri valori morali contro l’appiattimento generale insito nella società italiana.

Recensione
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