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Ovvero, l’elogio dell’ambiguità

Antonio Delfini: il sesto spazio del pentagramma

Leggendo in pubblico poesie di Antonio Delfini, più di una volta, prima di indicarne l’autore, ho lasciato intendere che si trattasse di composizioni attuali, e l’ascoltatore ha puntualmente rilevato dei riferimenti con la vita odierna. In effetti la realtà non appare di molto diversa da quella che si desume dai versi del poeta; quelli che invece sono molto cambiati sono gli strumenti usati dalla realtà: i mezzi tecnici sono talmente evoluti che oggi basta accordare loro un minimo di complicità perché ci diano la sensazione di vivere realmente. Nei fatti continuiamo a praticare una realtà non molto diversa da allora, resa soltanto più verisimile dalla virtualità, una realtà virtuale che noi pratichiamo in modo tanto intenso ed esteso da convincerci che venga vissuta realmente. (Il campione indossa il simbolo, il messaggio passa senza elaborazione e il giovane indossa lo stesso simbolo per emulare il campione; in realtà il campione è pagato per indossarlo, il giovane lo paga).

La vita invece, nell’accezione che la distingue dal suo aspetto puramente biologico e che dovrebbe quindi coincidere con la realtà, continua a rimanere cosa che pertiene alla concezione ed all’elaborazione del pensiero ed al suo principale strumento di diffusione: l’espressione che mira alla comunicazione, il linguaggio in senso lato, quindi la parola, dunque la scrittura e tutte le altre forme tese a rendere il pensiero accessibile agli altri ed a fissarlo nel tempo. La fatica dell’atto d’amore in cui consiste l’arte non sta nella concezione dell’idea bensì nella mediazione necessaria a renderla un’opera fruibile agli altri. È forse questo che fa della poesia di Delfini qualcosa di non obsoleto e neppure di normalizzato ma qualcosa di vivo, vivibile. Forse per questo i termini duri, volgari a volte, della sua “mala poesia”, che furono considerati impoetici allora e per questo generarono scandalo, oggi generano fastidio, nonostante i termini volgari, più ancora di quelli duri, siano entrati a far parte del linguaggio comune (gergaggio globale?). Per questo non credo che abbia senso darsi alla ricerca di riferimenti storici passati o attuali, sociali o personali i quali, per quanto rintracciabili, non sarebbero eccessivamente significativi. In Antonio Delfini mi pare più significativa la ribellione ad una realtà che cambia senza evolvere, che diventa più moderna ma non meno falsa, solo modernamente falsa. Mi pare più accettabile l’ipotesi che la vita, cioè l’esperienza che in lui si compie nella contrapposizione fra realtà e poesia, abbia cercato e trovato, nei modi in cui allora veniva praticata la realtà, le forme che le hanno consentito di rendersi fruibile; come le immagini di un vaticinio che vanno spiegate in altri termini.

(Nostradamus lo fece dipingendo ai nostri occhi l’immagine dei Cosacchi che abbeverano i loro cavalli alla fontana di S. Pietro, qualcuno volle trovarvi un’interpretazione nella fotografia che mostra le SS che riempiono le borracce nella stessa fontana, ma in un caso come nell’altro si tratta solo di sete; lo scarto sta invece tra la pratica della realtà compiuta dagli esegeti, che assumono i simboli come aspetti della vita reale, e l’esperienza di vita compiuta da Nostradamus attraverso il pensiero e la parola, che egli cerca di rappresentarci utilizzando i simboli a sua disposizione; lo scarto sta fra l’ipotizzare una vita che si apre al futuro utilizzando i simboli della realtà e praticare la realtà utilizzando i simboli di una vita già vissuta, superata, che riguarda il passato e quindi è soltanto l’immagine, la documentazione di se stessa; la quale, come una rievocazione storica in costume può, nella migliore delle ipotesi, risultare verisimile, mai vera. Non potendo immaginare i soldati della seconda guerra mondiale Nostradamus attinse le sue immagini dalla pratica della realtà di allora, ma forse non voleva indicare il pericolo ad est, bensì comunicare il concetto che qualcosa di fondamentalmente estraneo al Cristianesimo stesse cominciando ad albergare impunemente al centro della Cristianità, che era la forma più avanzata di modello sociale, l’unica forma allora concepibile. E fra tutte le interpretazioni che hanno affascinato gli esegeti questa è la meno frequentata.)

Nella poesia di Delfini, per quanto possa essere indicizzabile l’immagine, l’atmosfera che si respira è destinata a prevaricare il possibile fatto, rintracciabile su di un quotidiano di allora come in un telegiornale di oggi, per andare a scaricare la sua tensione in quello spazio inquantificabile ed atemporale situato fra la realtà virtuale che pretende di essere vita e la vita negata all’esperienza del linguaggio, fra una condizione che in fondo non pretende di vivere realmente e un’altra che non si accontenta solo di essere chiamata vita.

La tormentata esperienza di Delfini si consuma nella spaccatura tra una vita che tende ad evolvere ed una società che non ne vuole tenere conto. Fra chi, senza crearsi eccessivi drammi, ha continuato a vivere in un tempo arcaico illudendosi di poterlo fermare, chi lo ha rimpianto adducendo di esserne stato privato, e chi si è inventato un balzo in avanti per poterlo rinnegare come vecchiume, aspetti presenti contemporaneamente ed a volte contraddittoriamente nella poesia di Delfini, il poeta ha finito per porsi al di fuori di queste tensioni tanto da poterle battere tutte quante indistintamente, senza curarsi delle implicazioni umane affettive e sociali che certamente ha avuto nei confronti di ciascuna di esse. Da ciò viene tanto il travaglio quanto l’attualità della sua poesia. L’esempio che mi sembra più chiaro di questa posizione ambigua e scomoda allo stesso tempo è nella poesia che comincia “Finché i tuoi occhi sapranno...”; fra le più citate forse proprio perché questa contraddizione vi emerge più chiaramente.

Vale forse fare altri esempi: nei primi versi di “Fatale emme”, Delfini costruisce un ambiente e subito, mentre questo ancora sta definendosi agli occhi del lettore pur con aspetti di improbabilità, lo distrugge con il verso immediatamente successivo; nello stesso tempo sembra assumerne le difese a scapito di un altro ambiente, che tuttavia non tratta come più estraneo del primo. Nel fare questo usa una tale ambiguità per cui riesce a colpire maggiormente proprio l’apparente oggetto della sua difesa invece che quello del suo apparente attacco, e lascia così il lettore privo di ogni punto di riferimento pur avendogli dato l’impressione di assumere una posizione inequivocabile. Nei versi 7 e 8, l’ironia, costantemente presente nella poesia di Delfini, assume un aspetto diverso dal consueto, contraddittorio della logica che scarica dal soggetto sull’oggetto; diventa una sorta di sarcasmo autolesivo, un’accusa che sembra colpire più l’attore che il convenuto; un’azione attraverso cui il poeta squalifica moralmente ciò da cui l’uomo non riesce a separarsi affettivamente, e forse, o quindi, culturalmente. Il poeta non riesce a far finta di credere a ciò che appassiona l’uomo, né riesce ad apparire credibile quando vuole mostrarsene distaccato. Di qui l’uso dell’ambiguità per insinuare il contrario di ciò che si afferma (ultimo verso); per aderire all’immagine che l’altro vuole dare di sé enfatizzandone talmente gli aspetti contraddittori da renderla inaccettabile a lui stesso (un buon esempio mi sembra la poesia che comincia “Quando chiuse le finestre...”).

Queste poesie ultime citate, scritte negli stessi anni eppure escluse dalla raccolta “Poesie della fine del mondo”, secondo me aiutano più di altre ad ottenere la sensazione di un lavoro elevato più che meditato; in esse si ritrova lo stesso slancio e suscettibilità di fronte all’evento che si poteva già intuire in una autoedizione del 1932, ma questa volta senza più ombra di affettazione. Fra quelle poesie giovanili ve n’è una nella quale appare chiaramente l’amarezza destinata a trasformare l’autocommiserazione di allora in quel sarcasmo autolesivo di cui ho detto. In “Esasperante!” il giovane Delfini ripete più volte “andare via” subordinando però l’azione ad una condizione: “Una bandiera purchessia | soltanto che mi faccia andar via”, per poi rafforzare nella conclusione ripetendo in stampatello il verso “CHE VOGLIO SCAPPARE”. La bandiera che gli serviva non pare averla mai trovata, eppure già da giovane sapeva che poteva essere “una bandiera purchessia”, l’ha cercata rivoltando in ogni modo gli stendardi del suo tempo, ma è stato sempre visto da ognuno con un misto di superficialità e di sospetto, forse non ingiustificato dal loro punto di vista. (Negli anni ’80, a Modena, parlando della possibilità di mettere mano per riunire l’insieme del suo lavoro, ho sentito dire; ...sì Delfini...va beh, ma io non ci vedo il genio; e qualcun altro ancora lo definiva “poco fidabile”). Egli aveva bisogno di una bandiera come oggetto di qualcosa di forte quanto poco definito che sentiva di avere tra le mani; è stato questo a suscitare il maggior sospetto nei suoi confronti e nello stesso tempo a causare la sua delusione. In una poesia antecedente quella appena citata, “Lo spettro dell’infanzia”, il poeta, di ritorno da una scuola che definisce “arida e perduta”, dice: “Malinconia | di una ribellione | che vuol durare ancora  || E ritornavo a casa | gonfio di niente”; e niente avrebbe ottenuto più tardi da tutto ciò da cui si era aspettato qualcosa.

Nelle poesie della maturità, utilizzando indifferentemente il linguaggio dell’amore, del risentimento o della violenza, Antonio Delfini evidenzia una profonda crepa che si sta aprendo. Nessuno si è ancora affacciato ai teleschermi per parlare di perdita d’identità, nessuno ha ancora pensato a contrapporre il mondo reale a quello virtuale, eppure egli rileva nella vita la scissione fra realtà ed esperienza (per esempio in “Ancora non ci credo”). Vent’anni dopo, negli anni ’70, sarà ancora il linguaggio a venire in soccorso con una espressione che darà piena visibilità a questo concetto: “la forbice s’allarga”. Espressione che, oltre a rappresentare iconograficamente il concetto, ha finito per diventare involontariamente l’esempio pratico di questa separazione fra realtà e vissuto; forse nessun’altra infatti è stata così tanto praticata e così poco vissuta, tanto da diventare quasi un intercalare come “cioè” o “nella misura in cui”, espressioni usate ed abusate fino a ridurle ad un vocalizzo indifferente ai fini del discorso, ad un suono sordo che finisce per obliterare il vocabolo prima ancora che se ne sia evocato il senso. (Allo stesso modo si può fare dell’esperienza vissuta una realtà apparente.)

Se il sarcasmo e l’ambiguità di Delfini sono più comprensibili nelle poesie che utilizzano riferimenti sociali, sono riscontrabili con la stessa intensità anche in quelle che ne utilizzano di prevalentemente personali, senza tuttavia giungere mai al privato né all’intimo; vale la pena di citare la poesia che comincia “Venite a prendermi di corsa”, dove il sarcasmo si sposa con il grande pathos. Ma è nella poesia che comincia “L’antilaura dell’anticanzoniere” dove la passione umana e quella civile s’intrecciano all’ambiguità come al sarcasmo autolesivo. Qui l’assunzione del negativo serve per indurre in modo quasi subliminale l’affermazione di un positivo ormai impraticabile poiché inflazionato da un uso ricorrente, da un’appropriazione indebita da parte dell’altro che proprio utilizzandolo, praticandolo finisce per obliterarlo.

Dunque l’ambiguità in Antonio Delfini appare ancora più attuale del sarcasmo, poiché quest’ultimo si limita ad indicarci in modo mordace alcuni aspetti contraddittori della vita quotidiana, l’altra invece aderisce perfettamente a certi schemi della società moderna esaltandoli fino a renderli così contraddittori da non essere più accettati neppure dai loro sostenitori. Non è forse vero che l’immissione di una quantità sterminata di dati in un contenitore accessibile a tutti finisce per uniformare il dato significativo a quello insignificante agli occhi di colui che non può effettuare alcun tipo di verifica sulle fonti? E che ciò può dare quindi una percezione errata delle proprie conoscenze? E ancora; se tutto può accadere ma solo ciò che passa in televisione avviene realmente ed il resto viene dato per “scontato” (un avvenimento previsto, generalmente spiacevole, viene considerato come già avvenuto), qual è il limite oltre il quale la realtà può diventare menzognera? Su questo disorientamento Delfini gioca la sua poesia ed a questo proposito “Ancora non ci credo” è breve e concisa.

A questo punto mi sembra di riconoscere l’ipotesi che Antonio Delfini insinua: l’ambiguità è la più avanzata forma di sincerità ancora possibile, data la spaccatura fra realtà ed esperienza.

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