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La prefazione di Mengaldo costituisce un punto fermo per una più approfondita analisi di questa raccolta che esce a sei anni da Nuvole. Perché l’aspetto tecnico colpisce subito, una versificazione stretta e l’alternarsi di parti in corsivo, già da p. 17, versi che raramente superano il settenario, nella citata pagina “eppure intanto rifiorita” novenario giambico. Poi, la rima, che si fissa secondo la cadenza del discorso e, sempre a p. 17, può essere baciata, per aumentazione consonantica (perduto | lutto), per l’occhio in omoteleuto (la scia che lascia); tutto ciò con estrema naturalezza: le presenti note per far capire che l’abilità metrica di cui si riveste l’autore serve ad evocare le intense pagine di un dramma, ‘Passione e morte per Aids’ (il sottotitolo).

Ora subentra una più sottile definizione, cioè la qualità estetica. Da tempo, sappiamo, è caduta la pregiudiziale su testi che presentino un andamento prosastico; ma Ruffilli contrasta, a giudizio di Mengaldo, l’annotazione diaristica, per mutare il dato estetico in sostanza estetica; del resto è sui contenuti e il modo di esprimerli che si verifica l’esito testuale, che non cerca novità linguistiche, ma soluzioni: “Labile specchio | schermo di paura | su cui campeggia | il vuoto” (p. 54; da rilevare le successive assonanze). L’evento drammatico trova la sua radice nella parola, se ne impossessa, facendosi premonizione, non priva comunque di senso lirico di fronte a una morte giovane: “Vecchi luminosi | specchi di una forza | estrema del distacco” (p. 79); ebbene, il poeta affronta tema e forma che per altri sarebbero impervi, se non inaccessibili, con il rischio di cadere in una ritrita formula sentimentale, rivelando invece la cruda pertinenza della realtà, dove si direbbe che nell’identità biologica persista tenace e invisibile un soffio increato; è il pensiero in grado di tradurre il dolore? può la scrittura, per quanto alta e concettuale, far rivivere i segni della decomposizione? La risposta è sì, per una figurale astrazione “lenta discesa | a spirale | verso l’oblìo”; è questo uno dei tratti più impressionanti del poemetto, ancora memore di termini aulici: “fino all’altezza | acuta del superno” (il corsivo è nostro); un libro che si sporge sull’abisso, ma ci insegna la speranza, affinché qualcosa resti “dentro il giardino | nel retro del mondo” (p. 85).

 
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