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La consistente e considerevole presenza di scrittrici tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento rappresenta di certo uno degli aspetti più importanti ed innovativi della storia letteraria italiana: un vero e proprio mondo letterario femminile con i propri temi, i propri stili, ed il proprio pubblico. Una letteratura fatta da donne e letta da donne, ma non solo; una letteratura sì di evasione, ma anche connotata da un importante e compartecipe intento di denuncia sociale. È indubitabile il fatto che le donne non comincino ora a scrivere, dal momento che da Saffo in poi la letteratura non ha conosciuto solo autori; ma quello che adesso determina una rilevante novità è il fatto che scrivere, per le donne, diventa una vera e propria professione, non più riservata solamente agli uomini. Del resto il gran numero di testate giornalistiche, che sorgono e si sviluppano nell’ultimo quarto di secolo, e il moltiplicarsi dei lettori dopo l’unificazione d’Italia, favoriscono l’inserimento femminile in questo nuovo ambito lavorativo e culturale.

In un panorama di questo tipo, colpito, bisogna dirlo, da una “damnatio memoriae” assolutamente ingiustificata ed incomprensibile, si collocano la vita e l’opera di Virginia Olper Monis, una dimenticata scrittrice ebrea veneziana avvolta dalle nebbie del passato.

Nata nel ghetto ebraico di Venezia il 21 gennaio 1856, cresce sotto l’influenza del padre, Silvio Olper, fervido patriota e sostenitore della massoneria. La scarsità di documenti riferibili alla sua vita non permette di ricostruirne la formazione culturale, che fu però presumibilmente di tipo umanistico.

Il periodo maggiormente importante per Virginia è sicuramente quello patavino: a seguito infatti del suo trasferimento nella città di Padova, avvenuto nel 1884 insieme alla sua famiglia (il marito, Isidoro Monis, e le due figlie, Silvia ed Elisabetta Lia), inizia la stesura della maggior parte dei suoi racconti e del suo primo ed unico romanzo, Il raggio; contemporaneamente intesse una serie di rapporti collaborativi con alcune riviste e quotidiani dell’epoca, sia a livello locale che nazionale: avvia infatti la sua opera di recensore nel 1887 scrivendo per il periodico di spiccate tendenze emancipazioniste «La Donna» (fondato nel 1868 a Padova dalla padovana Gualberta Alaide Beccari e diretto dalla stessa fino al 1906, anno della morte); in seguito lavora per i quotidiani di Padova «Il Comune» ed «Il Veneto», e contemporaneamente alla rivista milanese di respiro nazionale, «Natura e Arte», edita da Vallardi. Accanto alla sua opera come narratrice e recensore si trovano inoltre alcuni saggi di carattere essenzialmente sociale.

La Olper non ha ottenuto risultati particolarmente originali nella sua opera specificatamente letteraria (anche se alcune novelle, ambientate fra Padova e Venezia, sono molto interessanti), che anzi per stile e temi trattati si allinea alla letteratura d’autrice di fine Ottocento: la scelta di protagoniste femminili che potessero descrivere la condizione di disagio, sottomissione e infelicità alla quale la maggior parte delle donne erano costrette; le storie di amori mancati o traditi. Storie per lo più incentrate sulla figura della donna e del suo universo sociale e sentimentale.

Ma questa forte attenzione nei confronti delle problematiche femminili, che è una delle sue caratteristiche precipue, emerge in modo particolare nella sua attività di critica e di saggista. La sua opera di recensore rivela infatti interessanti risvolti nelle critiche a romanzi, di matrice femminile, di fondamentale importanza per la letteratura di fine Ottocento: le autrici che maggiormente stimolano il suo spirito critico e riflessivo sono personaggi del calibro di Neera, Bruno Sperani e Sibilla Aleramo. Sebbene queste siano scrittrici dalla personalità molto diversa, ed in alcuni casi anche opposta, sono accomunate tra loro dall’attenzione che riservano nei confronti delle donne, dei loro diritti negati e della loro ricorrente condizione di infelicità. Emancipazionista convinta e fervida difensore delle categorie sociali più disagiate, la Olper nei propri interventi critici mira a porre l’attenzione sulle cause che costringono da sempre la donna in una condizione di sottomissione rispetto all’uomo: la privazione del “raggio del culto intelletto”, per usare le parole della stessa Olper, ovvero la mancanza di istruzione. Come è ampiamente rilevabile nella sua recensione (pubblicata sulla rivista «La Donna», XV, 16, 20 febbraio 1887) al romanzo di Neera, Teresa, mette in luce non tanto, come invece aveva fatto l’autrice del libro, le colpe di una società che troppo spesso e con troppa superficialità condannava le giovani fanciulle a rimanere zitelle per il divieto di sposare un uomo di posizione sociale non adeguata; quanto semmai rileva come matrice dell’infelicità femminile l’ignoranza, la mancanza di istruzione e la mancanza di indipendenza economica.

Tesi che sosterrà sempre lungo l’arco della sua intera vita e che trova ampia argomentazione in quello che si può considerare il suo testamento sociale, ovvero il saggio del 1908 La donna nella realtà. Saggio che raccoglie tutto il suo pensiero in materia di emancipazionismo e che ci restituisce la figura di una donna risoluta ma mai estremista, non una femminista arrabbiata e vendicativa ma una donna razionale, amorevole e di cultura. Un pensiero libero il suo, che trova delle oppositrici nello stesso movimento emancipazionista a proposito delle idee che esprime in materia di divorzio.

Già nel 1879 infatti, con una lettera aperta scritta a Olimpia Saccati (la fondatrice del periodico «La Missione della Donna»), Virginia Olper Monis sostiene l’istanza divorzista con argomentazioni fortemente moderne, rivelando la diversità che da sempre l’aveva caratterizzata: la sua appartenenza alla cultura ebraica. La finezza del suo pensiero, la profonda cultura e la lungimiranza sono certo dovute agli insegnamenti del padre e all’ambiente nel quale è cresciuta. Nella sua lettera sostiene l’istanza divorzista avendone potuto verificare di persona gli effetti benefici: nel ghetto di Venezia infatti, sotto la dominazione austriaca, era permesso agli ebrei avvalersi del divorzio, e quindi la scrittrice ne parla con cognizione di causa. Invece di favoleggiare sulla utopica necessità di eliminare le cause che portano al fallimento del matrimonio, provocato non solamente da unioni forzate ma in gran parte anche da quello che lei chiama “amoroso inganno”, ella vede la realtà in modo estremamente pratico e considera il divorzio come un mezzo che possa dare la possibilità ad entrambi i coniugi di rifarsi una vita e di essere felici, e in secondo luogo, ma non per questo meno importante, restituire la perduta dignità alla donna.

Nel saggio Alle origini del movimento femminile in Italia (1963), Franca Pieroni Bortolotti indica Virginia Olper Monis «come una delle prime tra le promotrici dell’istanza divorzista in Italia, tanto che la sua lettera aveva finito per suscitare sdegnate reazioni, come quella di Teresa De Amicis […]. La De Amicis accompagna la critica di scarsa sensibilità femminile, rivolta all’avversaria, con la celebrazione della personalità della regina Margherita, consueta fra le pubbliciste della “vera emancipazione” sulle orme del Carducci; la Olper Monis nega che la riforma giuridica, divorzio incluso, possa compromettere l’unità familiare e rivendica alla tradizione ebraica motivi egualitari. Il nome della Olper si trova più tardi fra i firmatari di una petizione per la liberazione dei detenuti politici, dopo i fatti del ’98 a Milano».

Divorzio, emancipazionismo, difesa dei diritti delle donne e più in generale di tutta quella parte di umanità che la stessa scrittrice definisce “i derelitti”, questi sono gli impegni sociali e di vita ai quali la Olper aderisce nella sua parabola di scrittrice e di donna. Una caratteristica che la differenzia da molte sue colleghe, autorevoli scrittrici come Neera o Matilde Serao che, come rileva Antonia Arslan nel suo saggio Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ’800 e ’900 (1998), solo nel privato delle loro corrispondenze sfogano la difficoltà di essere donne in un mondo governato da uomini, mentre nelle prese di posizione pubbliche si dimostrano fermamente reazionarie (come Neera), o negano addirittura che esista una questione femminile (come Matilde Serao), in opposizione alla loro stessa produzione letteraria, che è invece incentrata sulla descrizione realistica dell’infelice condizione delle donne. La Arslan riconduce questo “modus operandi” ad un’intima fragilità, la traccia “del prezzo psicologico personale che a ciascuna è costato l’emergere”. Un disagio questo che però non colpisce la Olper Monis, e che ne denota una delle caratteristiche fondanti.

Autrice interessante per le significative ed acute recensioni di critica letteraria, di spirito estremamente moderno nelle sue prese di posizioni nei confronti del sociale, Virginia passa gli ultimi anni della vita in un riservato ed inspiegabile silenzio: il trasferimento a San Giorgio al Tagliamento, avvenuto nel 1907, decreta la sua esclusione dalla vita letteraria e sociale italiana. Di lei infatti non si sa quasi più nulla fino al momento della morte, avvenuta il 13 settembre 1919 a Venezia, durante un’operazione chirurgica probabilmente causata dall’oscura malattia che la perseguitava fin dalla giovinezza.

Una vita ed un’opera quasi sconosciuta la sua, della quale non hanno conservato memoria nemmeno le comunità ebraiche di Padova e Venezia, a causa probabilmente della scelta dell’autrice di uscire dalla tradizione.

Con queste parole Filomena Fornasari, fondatrice del “Rifugio per minorenni” di Padova, sceglie di ricordarla ad un mese dalla sua morte: «Io la ricordo. Fiera di combattere a viso aperto per ogni diritto conculcato, per ogni fede misconosciuta o ferita, non si peritò di farsi dei nemici anche fra coloro che della verità si gridavano apostoli. Essa conservò anche nell’età matura l’anima calda di una fanciulla e seppe ricavare dalla vita, pur dolorosa, quell’onda di poesia che la rende sopportabile e sacra» («Il Veneto», 13 ottobre 1919).

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