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Onano

Rossano (Cavriago 1944), medico specialista psichiatra, poeta e saggista, vive a Reggio Emilia.

L'accostamento dell'a. alla poesia interviene come fosse l'approdo non casuale dei suo viaggio di ricerca intorno alla psiche dell'uomo. Si manifesta come viaggio à rebours, cioè un percorso che partendo dalla ricognizione intorno alla psiche umana punta a risalire ad una agnizione del linguaggio poetico. In questo modo realizza l'esatto sovvertimento della teoria classica, che, appunto, parte dalla definizione di linguaggio per arrivare alla rappresentazione della psiche. Da questo rovesciamento nasce quel gusto del contrario, della negazione, dell'antifrasi che tanta parte ha nella costruzione della sua ironia. L'ironia è il vero viaggio al termine della sua notte: l'ironia è la distruzione garbata e la messa in stato di accusa di ogni facile conquista della conoscenza. Solo la poesia – ossia l'unica voce di giullare tollerata al convivio dei sapienti – può edificare questa forma di sopra-sapienza­orfica che è l'ironia, nella speranza che Dio ami ridere.

L'esordio in poesia risale a Gli umani accampamenti (1985) a cui sono seguiti: L 'incombenza individuale (1987), Dolci velenosissime spezie (1989), Inventario del motociclista in partenza per la Parigi-Dakar (1990), Rosmunda, Elmichi, altri personaggi di Evo Medio (1991), Viaggio a Terranova con neri cani d'acqua (1992), Le ancóra chiuse figlie marinaie (1994), La trasmigrazione atlantica degli schiavi (1995), Il senso romanico della misura (1996), Il pesce di Ishikawa (1998, saggistica) Homo non dice (1998), La maternale terra di ponente (1999), Preghiera a Manitou di Cane Pazzo (2001), Appunti ragionati di prossemica (2002), Artificialia (2005), L'ultimo respiro di Cesare (2006, saggistica), Il nano di Velàzquez (2007), Ammuina (2009), Diafonie poetiche a contrasto (2010, in coll. con Veniero Scarselli), La bellezza di Amanda (2011, in coll. con Pietro Paganelli), Mascara (2011); Scaramazzo (2011), Alleluia, in sala d'armi. Parata e risposta (coautore Domenico Defelice, 2014), Il sandalo di Nefertari (2016), Medioevo (2016), Testimonio eternamente errante. La simbologia biblica nel primo e nell'ultimo Veniero Scarselli (2017), Il cantare delle mie Castella (2017).

E' inserito nell'almanacco "Paredro XX secolo" (2006, intitolato Un secolo in un anno).

Ha ottenuto numerosi riscontri premiali per la sua attività con numerosi primi premi:

Ha partecipato a convegni di poesia. Mantiene un'ampia collaborazione e un'attiva presenza con le riviste di poesia, tra le quali "Vernice".

Sulla sua produzione letteraria hanno scritto, tra gli altri:
D. Cara
[Dolci velenosissime spezie] «O. inventa sempre qualche immagine per la dissoluzione intellettuale, versa su di essa impraticabili eventi, casi critici, idilli sediziosi; traccia cerchi discorsivi in monologhi esotici, citazioni sciolte, il commento che ricomincia le sue provocazioni, e ai bordi del movimento e della trasgressione più cospicuo malumore che innovazione fluente e complessa. Tutto questo conferisce una diversità nel panorama di spugne della poesia dei nostri anni, in cui i moduli ritmici servono per riavviare il valore del verso e non per farlo sfuggire dal canone velleitario o dall'inevitabile cozzo. .» [Rosmunda, Elmichi, altri personaggi di Evo Medio] «Così questa scrittura racconta le suasivi possibilità che essa ha di diventare ellittica, di evitare le eclissi del conformismo, di ridiscutere la resistenza dell'aria che cita l'antico in figure pretestuali: Rosmunda, Elmichi, altri personaggi di Evo Medio, così come allude il titolo della silloge, attraverso i vettori scomposti e l'iconografia afasica che essi lasciano dietro di sé, e quindi lo specchio di un tempo diverso, le bruciature, i simboli medesimi del filo, dove O. traccia una sostanziale cartografia dell"'altrove" (per speculum et in aenigmate), con una sua eccellenza pretestuale, i respiri non asmatici del proprio atto esecutivo, i movimenti di voluttà dislocati su schemi onnivori e costruiti in un fervore tutt'altro che apollineo, senza centri fissi di chiaroscuro e senza speciose malinconie...» - S. Endrighi - E. Salvaneschi [Appunti ragionati di prossemica] «Terapia e disagio: tale può essere il binomio antitetico attraverso cui esprimere – e quindi in qualche modo esorcizzare – la perplessità, quasi il malessere, distillati dalla lettura di questo libro: composito, ostico, dotto, indifeso.» - U. Giacomucci [Il senso romanico della misura] «Devo confessare che la poesia di O. mi ha sempre convinto, sia nelle numerose raccolte pubblicate finora in volume, che nei testi che occasionalmente mi è capitato di leggere prima della pubblicazione in volume, ancora inediti o in riviste. Ma ciò che più mi colpisce ogni volta, nelle poesie di questo Autore, è la perfetta padronanza di quello che per me non è semplicemente uno "strumento" espressivo: il linguaggio. Secondo molte teorie psicoanalitiche o filosofiche, infatti, il linguaggio non è semplicemente uno strumento di espressione, ma è anche un costituente essenziale del nostro essere: l'inconscio stesso è strutturato come un linguaggio (Jacques Lacan) oppure, addirittura, il linguaggio è "la casa dell'Essere" (Martin Heidegger). Da qui può partire un discorso davvero molto complesso, che ci porterebbe troppo lontano, basti accennare che, secondo alcune di queste teorie, la poesia è "l'essenza del linguaggio" (sempre Martin Heidegger). Accade quindi che non è l'uomo a esprimere il linguaggio, ma piuttosto è il linguaggio che "ci parla" (sempre Jacques Lacan). Eppure O. sembra smentire alcune di queste teorie, grazie alla sua padronanza del linguaggio, che sembra piegato a esigenze espressive complesse, frutto di una decisione razionale e di un atto d'imperio dell'Io: parte non secondaria della sua poetica è infatti una costruzione linguistica, spesso di tipo affabulatorio, che si esprime con un ritmo basato sul respiro o su molti accenti, con un verso lungo, e un tono spesso discorsivo. Il fascino di questa poesia è invece proprio nelle immagini surreali, stranianti, che fanno riflettere il lettore e lo conducono sull'orizzonte del senso, o meglio sul discrimine che, partendo dai possibili significati, rende al testo il senso (il segno) del discorso. Grazie alla felice combinazione di senso e ritmo in questo libro, che ha il titolo emblematico di "Il senso romanico della misura", la poesia di O. ci si presenta con una sorta di forza evocatoria magico­alchemica, in cui tuttavia anche l'ironia ha una sua parte. E qui forse si schiude il senso (e il fulcro del modus stilistico) di questa poesia: il tentativo di dominare il linguaggio è comunque un tentativo riuscito, ma solo per un attimo, e tutta la costruzione è in funzione di una manque, che l'Autore in realtà ben conosce e mostra al lettore. n effetti in queste poesie/poema si compie un percorso complesso, una sorta di storia onirica dell'umanità o di epica rovesciata, allo specchio, il tutto espresso con uno stile originale, a tratti quasi "eccentrico", nel senso che si adatta all'oggetto del discorso, e diventa di volta in volta eccessivamente parentetico, o marcatamente allusivo, o chiaramente "agito" dal lapsus o dal solecismo. In questo modo figure mitiche o archetipiche per l'umanità diventano personaggi di un dramma che è in gran parte anche la ricerca del senso dell'esistenza o del suo interrogarsi nell'uomo d'oggi.» - E. Grasso [Le ancóra chiuse figlie marinaie] «L'inseguimento della speranza, il suo divergere dall'ansia, per O., si scioglie nel bianco lunare di una luna che nessun cittadino vede più, si disperde dopo aver percorso piste che conducono a ghiacciai scomparsi. I commiati hanno esili ma continui rapporti con la scrittura e con lo spazio risolutivo della promessa che essa ci porta. D'altronde si conoscono poche altre circostanze che permettono un'ulteriore possibilità di salvezza. Il racconto sporge nei momenti di sosta, quando il fuoco è acceso e su di esso si scalda l'acqua per il tè. Diverse approssimazioni alla calma che soltanto così sopraggiunge, diverse pagine, spesso gradevolmente leggibili, disposte secondo la trama dell'accampamento. Le poesie di Le ancóra chiuse figlie marinaie assecondano il pensiero che nasce dalla stanchezza, fino alla sua naturale conclusione: quando all'alba ci si risveglia e si ritrova tutto come prima, tutto avvolto da una luce che si ripete, che ci riconosce. L'uguale luce di un giorno differente. La fermezza gentile di una poesia che non teme il racconto, che depone le armi per andare a caccia.» - S. Gros-Pietro [Scaramazzo] «Il diletto è garantito, perché l'opera di O. è di natura comica e non invece di natura tragica. Il lettore è condotto sempre a sorridere e a ridere di sé stesso e delle enormità paradossali che sono sciorinate con inarrivabile bravura in ogni pagina del testo. La deformazione del reale è usata come garanzia di non-immedesimazione del lettore nelle vicende poetiche, sempre iniziate e mai concluse da O. Perché? Perché non si conclude mai? Risposta: perché la storia è infinita, ed è sempre diversa, ma è anche sempre uguale. Finisce all'improvviso, proprio così, con due punti esplicativi aperti sul nulla: » - [Ammunia] «La cultura che fa da background al linguaggio poetico di O. è una definizione selezionata e orientata di quel grande meticciato moderno frequentato dagli intellettuali occidentali, fatto di barbagli di attualità televisiva in cui galleggiano contanti, calciatori, ciclisti, quizzisti, cui si aggiungono le fonti popolari e folcloristiche, cui si aggiungono i fondamenti basilari dell'invenzione del linguaggio poetico, che ovviamente risalgono alle due grandi querce del sistema culturale d'Occidente, la Bibbia e Omero, arricchite e allargate dalle grandi fonti classiche successive, cui si aggiungono i fascini e le propensioni per il mondo asiatico, specie per l'India magica, dolcissima e crudele.»; [Il pesce di Ishikawa] «Come l'autore istruisce nella sua acclarante nota introduttiva, il titolo del libro demanda ad uno schema logico espositivo ed esplicativo, che ha valenza didattica e sinottica, per cui individuato il problema che si vuole trattare, lo si colloca ideologicamente nella testa del pesce che andremo metaforicamente a catturare, dibattendo e sviscerando tutto il problema. E il problema, che è rappresentato dal corpo nevralgico del pesce, ha per corpo le lische, ciascuna delle quali rappresenta una specifica tematica di dibattito. Alla fine, si avrà un ordinato sviluppo sequenziale degli argomenti da esaminare, con una rappresentazione armonica e ordinatrice della realtà. Schemi logici di contenuto scientifico, tecnico, pedagogico o problemi di logistica e di strategia delle priorità militari trovano brillante esposizione formale nel pesce di Ishikawa, che ora, grazie a O., si mette anche a colonizzare le più caotiche acque dei problemi umanistici, letterari e filosofici. Forse, più che un'ordinata sequenzialità a lisca di pesce, a questo punto sarebbe più adatta una rappresentazione a polpo Centimane, con grappoli e con gruppi sparsi di tentacoli anche casuali o frattalici, emergenti or qui or là, nell'inopinato sviluppo creativo della mente umana. Ma non è così, perché non va sottaciuto che uno dei pregi più luminosi e più godibili dell'intelligenza letteraria di O. risiede proprio nell'ironia: nella suprema dote di parafrasare, trasferire, traslare, alludere, arrovesciare, estrapolare ed estroflettere come un guanto la realtà, che ci apparirà tutt'altra cosa da quella che è, pur rimanendo incontestabilmente identica a se stessa » [Preghiera a Manitou di Cane Pazzo] «L'autore ricorre allo stratagemma dell'intreccio caotico delle parole e dei significati per riuscire ad indurre con efficacia nel lettore una sensazione predominante d'indefinitezza del discorso, pur in presenza di uno scrupoloso puntiglio narrativo, esercitato fino nei particolari. Si conferma un punto già sostenuto più volte: la poesia di O. non aspira a rappresentare l'infinito divino, ma è invece rivolta a descrivere l'indefinito umano. Il discorso indefinito permette di cambiare continuamente l'orientamento, come succede a Cavallo Pazzo che monta la cavalcatura al contrario e che vede ciò che gli sta davanti sopraggiungergli dalle spalle. Dalla possibilità di rovesciare il discorso, si è già detto che nasce l'ironia di O., che è un'ironia particolare nel senso che è anch'essa capovolta e rovesciata. Se nell'etimologia della parola è ironico colui che interroga fingendo di non sapere, l'ironia rovesciata di O. è quella di colui che risponde fingendo di sapere; di colui che ci racconta una storia qualsiasi fingendo di saperla, ma subito quella storia si rivela non raccontabile, perché ogni storia è inevitabilmente "tutte le storie" che sono state inghiottite nella pancia del mare, cioè tutte le storie del pianeta nel passato e nel futuro, in tutti i luoghi della terra, cioè la più totale storia indeterminata.» [L 'ultimo respiro di Cesare] «Spirando, Giulio Cesare emise un refolo d'aria polmonare che, calcoli stechiometrici alla mano, essendosi nei due millenni equamente diffuso per tutto 1'aere dell'azzurro pianeta, oggi ritroviamo nella proporzione di una molecola per boccata inalata in qualsiasi ambiente terrestre: fossimo nella depressione caspia o sulla vetta tibetana, la molecola del divino Cesare sempre una è, ad ogni nostro respiro. Va reso atto ad O. che poche trovate sono nel contempo così scientifiche e così irrazionali, così incontestabili e così scombiccherate, in una parola ci troviamo di fronte ad una iperironia, che anziché mettere in imbarazzo il saggio ed il filosofo, finisce per divenire un utile strumento di lavoro, come lo furono i paradossi per i sofisti. II respiro di cesare — questa volta lo scriveremo con la minuscola, come fosse l'indicazione di una panacea o di un decotto, lasciando definitivamente in pace, al loro destino di corruzione e di risorgenza, le molecole gassose dell'imperatore — è metafora di verità nacosta, di storia sotterranea, di scaturigine primordiale, di fiato diffuso o di pneuma, soffio dell'anima che tutti unisce ed accomuna in un solo cosmico palpito vitale. C'è sempre una soglia mitologica nel ragionamento di O., che è sensibile alle figure simbolo, agli arché, all'organizzazione dell'esperienza per grandi categorie d'orientamento. L'incontro con gli autori e con le loro opere viene presentato seguendo il meccanismo della diagnosi, cioè del riconoscimento dell'individuo singolo all'interno di un comportamento antropologico bene descritto, grazie all'individuazione di alcuni segni ritenuti caratteristici del modello comportamentale assunto.» - M.G. Lenisa [Inventario del motociclista in partenza per la Parigi-Dakar] «Che il testo, variato da chi lo legge o variamente interpretato, porti (come si auspica Bárberi Squarotti) verità della letteratura e della vita, importa di più. Scrivere è desiderio ed è il seme della vita che fa fiorire altrove, infinite, possibili vite che il linguaggio dell'Altro rischiosamente anima. La poesia allora con gioia, disperatamente, resta la vita nei secoli (Pasolini). Solo allora la parola non è involucro, ma brace. Solo allora l'eco è più sconvolgente della voce che chiama, qui, ora, il suo invadere altri spazi, provocando in chi ode timore, in chi chiama sorpresa, perché la voce continuerà nel silenzio della bocca che l'ha pronunciata.» [Viaggio a Terranova con neri cani d'acqua] «Il viaggio, a differenza dell'Odissea, non prevede un ritorno; Itaca, meta definita, è scomparsa, a meno che non diventi simbolo della più acuta conoscenza che solo la morte può indurre, se tutto non finisce li. Anche l'isola dell'amore, nell'ultima sezione inedita, dell'antologia, sembra abbandonata; il tema è il viaggio, divenuto fine a se stesso, con qualche vaga nostalgia di quegli umani accampamenti, dove un residuo fuoco poteva scaldare e la parola colpire precisamente il suo oggetto. Il rapporto di esso col segno linguistico è scosso, ma non destituito, semmai il segno è fortemente caricato di suggestioni, al punto da riformare, deformandolo, l'oggetto. Il segno è pure delegato a produrre altri oggetti dalla sua indicazione, fuori dal rischio di una proliferazione vuota e abnorme, per altro paventata al punto di suggerire all'Autore una sosta come a chiusura di un ciclo poetico. Ma "non c'è motivo che il linguaggio debba corrispondere o assomigliare al mondo più che non vi sia motivo che debba assomigliare al mondo il telescopio con cui lo scienziato lo studia" (Max Bolack). Il linguaggio ultrametafisicamente acquista un significato apofantico, in questo senso è la casa dell'essere. O. non ha funzionalismi linguistici da esibire, ma opera una seria modificazione del linguaggio a partire dall'esperimento zanzottiano di vasti possibilismi linguistici, ma anche di incombenti terrori e seduzioni.» - R.S. Motti [L 'incombenza individuale] «In questa raccolta il fare poesia si traduce in scelte linguistiche e poetiche che creano, attraverso una tessitura paziente e sfrontata sottile ingenuità la dimensione ampia della coscienza; l'ironia, la letteratura, la scienza si coinvolgono reciprocamente tanto contro ogni metafisica certezza quanto contro l'irriducibile ovvietà del dolore. Nel suo scaturire apparentemente facile, piegandosi ai modi del parlato e ai sincretismi del presente, ambisce a costituirsi con necessaria misurata compiutezza come "poetica delle macerie nata nel cuore di un umanesimo disilluso".» - C. Rao [La maternale terra di ponente] «Transito, dipartita, viaggio verso un aldilà che sconfina con l'aldiquà, col viaggio attorno a se stessi, La maternale terra di ponente chiama alla complicità, all'entrar forte nelle foreste-simboli, dove si sprofonda tra mito e favoloso stordimento, tanto in fondo che, riemergendo per un attimo agli antipodi, si rifiltra da uno degli irrinunciabili omphalós della storia: il Calvario. Ma viaggio anche all'interno del simbolico-letterario dove il marinaio è spesso un Ulisse viaggiatore-trasmigratore costretto da una misteriosa necessità ad avanzare per terre e lande desolate, per paesaggi lunari, dentro un continente vicino alle morfologie africane. Lo accompagnano un mare-striatura amniotico-materna, presenze-fantasmi, orizzonti tesi, creature a volte dense di vitalità felice che sembrano un poco spiarci come certe giovinezze feline dai quadri di Rousseau il doganiere. Costretto, per scelta volontaria, a misurarsi sulla distanza delle poco usuali quindici sillabe, O. fa implodere dentro le sue cintura sorvegliati meccanismi che cercano l'equilibrio tra sessualità pronunciate (tra le tante gli smilzi indigeni e la luna in tutte le sue versioni) e trattenuta aggressività. Se nella prima parte Onano-Ulisse compie felicemente il viaggio da sé (attraverso gli inferi del suo stesso inconscio) a se stesso (dall'albero nano all'alber onano), nella seconda si rimette in viaggio, come vuole Dante. Marinaio, si sottopone alla divinità mistero-luna che lo sorveglia e conduce con le sue apparizioni-percussioni, bambina-donna (menarca)-donna-amante-sorella-madre. In fondo a questo regresso-progresso-morte (piccola morte?) si frantuma e ricompone il senso della poesia: ricerca degli inferi-sublimità del sé, tentativo di vestire con penne di pavone l'orrifico caleidoscopio dell'inconscio. Ma anche desiderio di ricucire alcuni tessuti culturali-materiali dell'Occidente. Per possedersi ripossedendoli.» - A. Ventura [Il nano di Velazquez] «...è un libro intelligente, spregiudicato, ironico, talvolta anche sarcastico, sottende tuttavia una carica di tenerezza, di comprensione, di compassione. Un registro lessicale originale, sapiente, inconfondibile, segue una fantasia lussureggiante, una rara capacità di inventare, creare, stravolgere, senza mai perdere il filo del discorso di fondo, che ha una matrice etica ed estetica; a modo suo, anche religiosa.»; [Artificialia] «La poesia di O. è una materia densa e viva, un magma da cui emergono, a tratti, bagliori e sussulti, boati, esplosioni. Nel magma c'è la realtà presente, con le sue tecniche precise e inesorabili, le algide scoperte della scienza, sorde a ogni pietà e, parallela, c'è la forza primordiale della natura, incontrollabile, violenta, che sbigottisce il "cuore pusillo" degli uomini, crea disastri e bellezza, governa la terra da indiscussa padrona. Lo scandaglio tenace del pensiero del poeta affonda nella vasta materia, con consapevolezza dolorosa, ma anche con sottesa ammirazione, sostenuta da una fantasia lussureggiante, da un lessico espertissimo e innovatore, da un'ironia sottile, quasi dissimulata.».

Ago 2017

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