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Corrado Govoni, poeta

Conferenza
Centro Socio Culturale “Il Fuligno”
Firenze, 29 settembre 2011

Bibliografia govoniana

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera
quella trombettina
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.

Inizio questa mia conversazione su Corrado Govoni con i primi versi della poesia La Trombettina, forse uno dei testi più noti del poeta: con questa ingenuità, la purezza, una sorta di malinconia ed anche la meraviglia che è propria di uno sguardo bambino.

La poesia è tratta dal libro Il quaderno dei sogni e delle stelle, pubblicato con Mondadori nel 1924, ma noi andremo molto più indietro per parlare dell’artista, che aderisce a vari movimenti culturali, che è poeta, scrittore, autore di testi teatrali. Corrado Govoni non ha paura di sperimentare pur rimanendo, in linea di massima, fedele a se stesso.

La conferenza prosegue il ciclo dei crepuscolari, che ho iniziato con Sergio Corazzini in aprile scorso.

Corrado Govoni nasce in provincia di Ferrara, a Tamara, una frazione di Copparo, il 29 ottobre del 1884, sotto il segno dello Scorpione, quindi. I genitori: Carlo Govoni e Maria Albonetti hanno una tenuta agricola, dove anche lui presterà la sua opera. Carlo non compie studi regolari, ritroveremo però nelle poesie l’atmosfera del collegio dei Salesiani dove lui è stato, undicenne.

Nel 1903, a diciannove anni, si trasferisce per qualche tempo a Firenze dove conosce Giovanni Papini e dove pubblica, a proprie spese, con l’editore Lumachi due libri di poesie: Le fiale e Armonia in grigio et in silenzio, dai quali poi leggeremo qualcosa.

Ed è proprio questa seconda opera di Govoni che così Giuseppe Lasala definisce: “la famosa raccolta del 1903, forse il suo libro più bello, riferimento imprescindibile della sensibilità crepuscolare e, pure per molti aspetti già al di là del crepuscolarismo che fondava”.

Esemplare, a questo proposito, la lettera che Govoni scrive nel 1904 all’amico Gian Piero Lucini, e che contiene le tematiche care ai crepuscolari:

“Ho sempre amato le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi delle osterie, le preghiere delle suore, i mendicanti pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli alunni malinconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campagne magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano su gli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba: tutte le cose tristi della religione, le cose tristi dell’amore, le cose tristi del lavoro, le cose tristi delle miserie”.

Tutta questa tristezza contrasta molto con la definizione che fa di lui Giovanni Papini: “generoso, entusiasta, felice di naturale ingenuità”.

Ricordiamo quello che ho detto nella precedente conferenza: chi sono i crepuscolari? (pensiamo ai più noti: Corrado Govoni, Guido Gozzano, Marino Moretti, Sergio Corazzini)

Subito ce lo suggerisce il giornalista e scrittore Giuseppe Antonio Borgese nell’articolo a sua firma, pubblicato su La Stampa con il titolo Poesia crepuscolare il primo settembre del 1910, a seguito di una recensione scritta a Marino Moretti al libro Poesie scritte con il lapis.

Ecco la definizione borgesiana su quello che i crepuscolari esprimono: “la torpida e limacciosa malinconia di non aver nulla da dire e da fare”. Quindi questa struggente stanchezza del vivere, questo cogliere la vita nei momenti brevi, sommessi, senza ornamenti.

Prima di andare avanti ricordo l’amicizia di Corrado Govoni con Sergio Corazzini che lo chiamava il suo grande fratello, come scrive anche in una lettera ad Aldo Palazzeschi, datata 1905: Conoscete Corrado Govoni? E’ un mio grande fratello. Egli verrà presto, verrà dalla sua tetra Ferrara, in Quaresima. Vi trovaste! Corazzini muore il 17 giugno del 1907, all’età di ventuno anni, e Corrado Govoni lo ricorda, sia con un brano commemorativo del quale vi avevo parlato il 7 aprile scorso: “con quella sua faccia un po’ reclina, gli occhi sorridenti e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale che baciava col trasporto di una donna innamorata” sia con una lunghissima poesia, pubblicata su Poesie elettriche (Edizioni di Poesia, 1911).

O dolce amico, è l’ora
che tu mantenga la promessa.
A che t’indugi? Perché tardi ancora?
Le neve se n’è di già andata.
Qua e là, sui tetti,
brillò l’ultimo bianco,
nitore d’emigrate cicogne.
Il frumento diffonde
la sua verde speranza di pane
pei i campi: e le viole
come lacrime azzurre di sereno
odoran lungo i fossi fra le foglie secche.
. . .

Queste sono le parole con le quali inizia l’ode e prosegue, sempre con dolcezza di sguardo, verso l’amico che definisce indimenticabile e anima dell’anima mai. Nella poesia Govoni parla anche del turchino mare d’Anzio e le nostre passeggiate preferite: San Saba, via Salara, le tre Fontane.

Lasciamo però questo struggente ricordo, contenuto nel libro Poesie elettriche, per tornare alle prime due raccolte di Corrado Govoni: Le fiale che fu stampato, come dicevo prima, a spese dell’autore, da Lumachi in 400 copie e mi permetto una curiosità: il libro fu pubblicato privo di una sezione Vas luxuriae, perché di natura erotica, e rifiutata da Lumachi. Bisogna attendere il 1983 con una pubblicazione di Galeati di Imola (a cura di L. Caretti) per avere l’edizione integrale della prima raccolta di Corrado Govoni per volontà dell’Università di Ferrara. Il libro si compone di cinque sezioni (sono tutti sonetti), oltre un sonetto anticipatore dell’intera raccolta, dedicato alla donna amata, e dal titolo Olocausto.

La seconda raccolta Armonie in grigio et in silenzio è stata pubblicata di nuovo da Palomar, Bari nel 1992.

Si compone di 92 poesie, suddivise in cinque sezioni, testi che ben rappresentano i temi cari ai crepuscolari.

Ad esempio: Ognisanti! Domenica! La pioggia / sembra che tessa de le funebri ghirlande … (dalla sezione La Certosa) Il vento con le sue lingue / lambisce le piante moribonde; / ne le soprastanti gronde / un piano sorbire si distingue (Musica da camera).

Dopo queste due pubblicazioni Corrado Govoni collabora a varie riviste: Poesia, Lacerba, Riviera Ligure diretta da Mario Novaro e nel 1905 e 1907 pubblica altre due raccolte di poesie: Fuochi d’artificio e Gli aborti che segnano l’inizio del suo avvicinarsi al futurismo.

Nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti, pubblica il Manifesto di fondazione del movimento futurista, nelle Cronache Letterarie del quotidiano bolognese La Gazzetta dell’Emilia, era il 5 febbraio. Pochi giorni dopo nella Gazzetta di Mantova, il 9 febbraio all’Arena di Verona, e dopo pochissimo su Le Figaro (20 febbraio), acquistando così un’internazionalità importante.

Del rapporto di amicizia fra Corrado Govoni e Filippo Tommaso Marinetti Scheiwiller pubblica a Milano nel 1990 un epistolario Lettere a Filippo Tommaso Marinetti (1909 -1915) che è molto interessante, sia dal punto di vista letterario, per seguire tutti gli eventi del movimento, ed anche dal punto di vista di costume. Il rapporto di Corrado Govoni con lui, però, mi appare un poco sofferto, a parte l’entusiasmo iniziale.

Vi leggo la prima lettera dell’epistolario con un Corrado Govoni inedito rispetto all’amore per le cose tristi del quale parlava a Lucini.

Vediamo come è cambiato dal 1904.

Marzo 1909.

Mio carissimo amico,
ho letto con immenso piacere il vostro manifesto del “Futurismo”.
Io sono interamente con voi, quando coraggiosamente bandite la Crociata per la liberazione del santo sepolcro della Poesia!
Io sono con voi, quando preconizzate l‘avvento trionfale della lirica della bellezza dinamica, quando cantate forte l’ebbrezza divina, di sentirsi giovani, trasfusi di primavera, di eternamente rinnovarsi!
Via! o necrofili storici, archeologhi, filosofi.
Assai ci instupidimmo con le vostre nenie funebri!
Che ci importa di conoscere l’origine e la fine della nostra vita?
Le rose non sono così belle perché hanno le ore della loro fulgida esistenza contate? E se ne dolgono forse? Ma guardate come tripudiano al sole!
E via! voi occhialuti e peritosi compagni molesti, con i vostri indivisibili compassi, con le vostre indicazioni di confini.
Noi d’ora in avanti, vogliamo essere più liberi, non vogliamo avere sul nostro cammino nessun ostacolo, non vogliamo soffrire limitazioni di sorta. Oh provatevi ad enumerare le stelle della via lattea!
Chilometrate l’arcobaleno!
Analizzate la sostanza dei lampi!
Annettete le regioni dell’azzurro!
Disciplinate le nuvole!
Il vostro grido di riscossa, o portabandiera dell’ideale, era necessario, era fatale. Ma noi non dormivamo: e l’udimmo sonoro e giocondo. La vostra rossa diana fanatica ha rimbombato nel nostro cuore. E noi vi urliamo.
- Pronti! -
Avanti, dunque, o giovani petrolieri, le mani piene di bombe cariche di Prometeite, la nuovissima polvere delle future rivoluzioni! Avanti! E ci protegga la paterna, la grande ironica anima di Don Chisciotte.

Vostro fedele e affezionato amico.
Corrado Govoni

Tamara, lettera di due facciate (marzo 1909).

(edita G.P. Lucini, Come ho sorpassato il Futurismo, ne La Voce, V, n. 15, 10 aprile 1913, quindi di G.P. Lucini, Marinetti, Futurismo, Futuristi, Boni, Bologna 1975, p. 170. Le varianti sono da addebitarsi alla trascrizione di Marinetti)

Di questo entusiasmo non c’è più traccia nell’ultima lettera dell’epistolario, datata 26 settembre 1915, colma di amarezza e disincanto..

Ma torniamo alla poesia che intreccia la vita di Corrado Govoni. Il libro Poesie Elettriche che segna l’adesione al Futurismo è del 1911, Edizioni Poesia (ristampato poi da Taddei nel 1920, un’edizione “riveduta e corretta” che manca della dedica presente nella prima edizione: “Ai poeti fururisti: F.T. Marinetti / Paolo Buzzi / Gian Piero Lucini” come fa notare Giuseppe Lasala nella sua bella introduzione all’edizione del 2008, Macerata, Quodlibet).

Sempre in adesione al futurismo seguono Rarefazioni e parole in liberta (Poesia, 1915), con la seguente dedica: A F.T. Marinetti / meraviglioso suscitatore / di energie giovanili / propugnatore infaticabile / d’ideali nuovissimi / con la più grande ammirazione.

Uno sguardo alla vita del nostro autore: nel 1914 lui vende le proprietà terriere (trecento ettari di cultura intensiva, Giuseppe Lasala cita: “fui costretto a disfarmene per un piatto di lenticchie”) e si trasferisce a Milano, centro principale del movimento futurista, ma dopo appena un anno è costretto a tornare a Ferrara dove si impiega presso l’Ufficio dello Stato Civile come archivista.

Dal libro Poesie elettriche ho scelto di leggere A Venezia elettrica, che introduce la raccolta, e della quale spesso Govoni parla nel carteggio con Marinetti. Relativamente a Venezia è da ricordare il Manifesto di Marinetti “Contro Venezia passatista” (aprile 1910) che in data 8 luglio di quello stesso anno fu lanciato sulla folla dalla Torre dell’Orologio in ben 800.000 copie dai pittori e poeti futuristi. Questo episodio viene ricordato dallo stesso Lasala, il quale ipotizza anche che in A Venezia elettrica non vi sia un’adesione a tutto questo ma il contrario, proprio per i versi con i quali Corrado Govoni parla di Venezia: …(…)… mi sbaglierò ma A Venezia Elettrica ha tutta l’aria di una puntuale contestazione del manifesto di Marinetti …(…)… Perché le fragili “gondole di cartapesta / che scorron silenziose sui tuoi rii” non sembrano rispondere al furibondo proclama di Marinetti: “Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini”. Lasala prosegue poi nel dimostrare la sua ipotesi paragonando i versi dei due poeti e spiegando in successione il significato di Venezia elettrica,..(…)… Cos’è questa Venezia elettrica? Perché (quando) Venezia diventa elettrica? Di che elettricità si parla qui? Non credo che c’entro molto con la “divina Luce Elettrica” da Marinetti invocata …(…)… Venezia (ma potremmo dire qualsiasi realtà) diventa elettrica per Govoni, si identifica, nel momento in cui viene investita dalla formidabile trasfigurazione della poesia, al gioco della infinita metamorfosi.

Andando avanti ho portato la documentazione di Rarefazioni e Parole in libertà (Edizioni Futuriste di Poesia, Milano, 1915) anche per fare vedere quello che è un poco l’emblema di Corrado Govoni futurista, ossia Il Palombaro, questa poesia visiva che ha per soggetto il mare.

Come ci suggerisce Lydia Pavan (La Repubblica 2001): Uno dei mezzi di espressione preferiti dai futuristi è il manifesto, in quanto rispondente a criteri di rapidità, di chiarezza, di impatto subitaneo con il pubblico e di un suo coinvolgimento. Manifesti concepiti per colpire l’immaginazione e accelerare la vita, composti di caratteri tipografici diversi tra di loro, di segnali visivi inabituali, in polemica con i mezzi di comunicazione usati dai passatisti: Un manifesto poetico potrebbe essere considerato Il Palombaro, poesia visiva di Corrado Govoni… (…)… sempre in rapporto al poeta nell’articolo si fa riferimento alle parole in libertà (paraliberismo) …(…)… uno dei cardini della poetica futurista, cui Marinetti dedicò delle pagine vibranti di entusiasmo in chiave antipassatista …(…)…. Citando poi le parole di Marinetti: Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo con somma di forze in modo che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione …(…)… ritorniamo ancora all’articolo di Pavan: Parole liberate, che non vincolate dalle norme tradizionali della grammatica e della sintassi, intendono velocemente costruire un incrocio di sensazioni, incitamenti, eccitazioni, all’insegna della velocità e della sincerità, perché: (e qui nell’articolo si riprendono le parole di Marinetti): è stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una.

Mi sono avvalsa di una parte dell’articolo di Lydia Pavan che cita anche le parole di Filippo Tommaso Marinetti per parlarvi della Poesia visiva e delle Parole in libertà che poi potete visionare dalla documentazione che ho portato stasera al Laboratorio.

Proseguo, la mia conversazione su Corrado Govoni, nella quale è bene sottolineare che la sua adesione al futurismo non fu mai assoluta ed egli rimane sempre legato alla sua poesia ispirata alla natura ed alla vita dei sensi.

Nel frattempo il poeta si sposa con Teresa Albisetti dalla quale avrà tre figli: Aladino, Ariele e Mario. Nel 1915 pubblica un nuovo libro di poesie L’inaugurazione della primavera e l’anno dopo diviene collaboratore della rivista Diana che fu una delle prime ad aprirsi all’esperienza della poesia ermetica.

Govoni viene poi richiamato alle armi (1917) ed alla fine della prima guerra mondiale si trasferisce a Roma come Vice Direttore della sezione del libro alla SIAE e dal 1928 al 1943 Segretario Nazionale del Sindacato Nazionale Autori e Scrittori.

Vediamo i successivi titoli delle pubblicazioni poetiche nella grande produzione di Corrado Govoni: nel 1918 esce l’antologia Poesie scelte, a cura di A. Neppi, pubblicata a Ferrara da Taddei; Tre grani da seminare, Milano, Palmer, 1920; Il quaderno dei sogni e delle stelle, Milano, Mondadori, 1924; Brindisi alla notte, Milano, Bottega della Poesia, 1924; Il flauto magico, Roma, Al tempo della fortuna, 1932; Canzoni a bocca chiusa, Firenze, Vallecchi, 1938; Pellegrino d’amore, Milano, Mondadori, 1941; Govonigiotto, Milano, Steli, 1943.

Mi fermo per parlare di un tristissimo episodio che segna in maniera indelebile la vita di Corrado Govoni. Siamo nel corso del conflitto generato dalla seconda guerra mondiale e Corrado Govoni, grato al fascismo per le opportunità di lavoro, scrive un Saluto a Mussolini (1932) e Poemetto in lode a Mussolini (1937). Tutto questo non basta per salvare la vita del figlio Aladino che, di idee opposte al padre Corrado, faceva parte di Bandiera Rossa Roma e che viene fucilato dai tedeschi durante la strage delle Fosse Ardeatine il 24 marzo del 1944.

Da questa tragedia nasce il libro di poesie Aladino: Lamento su mio figlio morto, Milano, Mondadori, 1946 che esprime il suo cocente dolore. Del figlio Aladino, il primogenito, Govoni aveva annotato la nascita in alcuni versi della poesia scritta per ricordare l’amico Sergio Corazzini e precedentemente citata. Questo è il verso che parla della nascita di Aladino:

E’ sempre quella stessa casa grande
ch’io tante volte ti descrissi.
Ma non è più triste, sai,
ora che una divina
una piccola vita
la riempie dei suoi trilli.

E sempre nello stesso libro (Poesie elettriche) al figlio Aladino Corrado Govoni aveva dedicato una poesia: Nimresia canzone (per il piccolo cariglione del mio Aladino).

Dal punto di vista poetico, dopo l’esperienza crepuscolare e quella futurista, quest’ultima definita da lui stesso “un gioco” Corrado Govoni rimane comunque legato a quelli che sono i temi della sua poesia: la natura, le immagini, una freschezza che è anche affettuoso coinvolgimento. Non ho potuto parlare del Govoni scrittore e autore teatrale perché in questo frangente ho affrontato il Govoni poeta, già di per sé molto prolifico.

Questi sono i titoli dei suoi libri successivi a quello scritto per il figlio Aladino.

L’Italia odia i poeti, Roma, Pagine nuove, 1950; Patria d’alto volo, Siena, Maia, 1953; Preghiera al trifoglio, Roma, Casini, 1953; Antologia poetica, a cura e con prefazione di G. Spagnoletti, Firenze, Sansoni, 1953;

Manoscritto nella bottiglia, con un saggio di G. Ravegnani, Milano, Mondadori, 1954; Stradario della primavera e altre poesie, Venezia, Neri Pozza, 1958.

Nel dopoguerra Corrado Covoni si trova in condizioni economiche non brillanti però trova un impiego come protocollista presso un ministero. Negli ultimi anni della sua vita diresse la rivista Il sestante letterario dal Lido dei Pini, sul litorale laziale, non distante da Anzio.

Ed è proprio in questa casa che muore il 20 di ottobre del 1965 (mese nel quale ricordiamo era nato il giorno 29).

L’anno successivo, nel 1966, viene pubblicata la raccolta postuma La ronda di notte (Milano, Ceschina).

Ma voglio chiudere con una poesia giocosa, molto conosciuta, tratta dal Il flauto magico, dal titolo L’acquazzone.

L'acquazzone

Di nubi grigie a un tratto il cielo fu sporco;
e il tuono brontolò con la voce d'orco.
Si cacciò avanti, lungo lo stradone,
carta, foglie ed uccelli il polverone.
Si udirono richiami disperati,
tonfi d'imposte e d'usci sbatacchiati.
Si vider donne lottare in un prato
con gli angeli impauriti del bucato.
Poi seminò la pioggia a piene mani
tetti e vie di danzanti tulipani;
tagliò il paesaggio, illividì ogni cosa
in un polverìo d'acqua luminosa.
Quando si stava inebetiti e fissi
come sull'orlo di infuocati abissi
dove il mondo pareva andar sommerso,
il cielo sulle case era già terso,
e nei vetri appannati del tinello
risorrise il paese ad acquarello:
sulla campagna dolcemente crespa
ronzò la chiesa d'oro come vespa.
Non rimaneva dell'orrendo schianto
che il gocciare di musicale pianto
della gronda, già buono già tranquillo;
lo raccolse morente il bruno grillo.
Coi tamburini gracili di pelle
le rane lo portarono alle stelle.

Da Il flauto magico, 1932

Bibliografia

— Corrado Govoni, Lettere a Filippo Tommaso Marinetti (1909-1915), Libri Scheiwiller, Milano 1990.
— Lettera prima dal su citato libro:
(edita G.P. Lucini, Come ho sorpassato il Futurismo, ne La Voce, V, n. 15, 10 aprile 1913, quindi di G.P. Lucini, Marinetti, Futurismo, Futuristi, Boni, Bologna 1975, p. 170. Le varianti sono da addebitarsi alla trascrizione di Marinetti)
— Dizionario Biografico degli italiani, Treccani
— Luigi De Bellis, Letteratura italiana, Introduzione di Giuseppe Lasala (Poesie elettriche, Edizioni 2008, Quodlibet)
— Poesia Italiana del Novecento, Einaudi Torino.
— Lydia Pavan (La Repubblica 2001)
— Wikipedia: Corrado Govoni, Crepuscolarismo
— Wikipedia: Le fiale

 

Dalla conferenza tenutasi con il
Laboratorio di poesia dell’Accademia Vittorio Alfieri
di Firenze.


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