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Persio Nesti a cento anni dalla nascita e quarant'anni dalla scomparsa

La biografia

Il romanzo inedito
Il ventre di Gravenbürden: cap. XII e XXII

Chi era Persio Nesti? si chiedeva Werner Reinert sul Saarbrücker Zeitung del 24 dicembre 1969, commemorando la scomparsa dello scrittore toscano avvenuta a Castiglion Fiorentino il 24 agosto dello stesso anno [1969], due giorni dopo aver compiuto sessant'anni.

Chi era? La domanda, per quanto possa apparire retorica, non può non sorgere spontanea nel momento in cui ci si accinge a scrivere, a quarant'anni dalla morte e cento dalla nascita, di un pratese che aveva abbandonato Prato nel 1939 e non vi aveva più fatto ritorno, anche se aveva mantenuto legami con amici come Egidio Bellandi o Emanuele Bettini e non aveva certo dimenticato la città natale, tanto che, poco prima della fine si era interessato per acquistare una casetta in periferia, dove aveva intenzione di ritirarsi. La morte, quasi improvvisa, non permise che quel desiderio, uno dei più tenaci, covato per anni nel suo continuo peregrinare per il mondo, potesse trovare adempimento.

Chi era dunque Persio Nesti? Un uomo "molto colto e onesto" come la Anna Maria Ichino disse a Saverio Strati che ne aveva sentito parlare negli ambienti intellettuali fiorentini negli anni '50? Oppure un "aristocratico, uno dei pochi uomini che rivelano i segni della distinzione in un'epoca, come l'attuale, in cui si tende al conformismo... un umanista dalla straordinaria cultura, versato nelle lingue, esperto di arte e letteratura europea antica e moderna... uomo integro, coraggioso, indocile, critico, benevolo, pronto all'aiuto", come fu definito dal Reinert nell'articolo citato?

Nella semplicità di queste definizioni può essere riassunta la personalità di un uomo che, accademico di professione, aveva della cultura un'idea così poco elitaria, da considerarla patrimonio comune, da distribuire, far fruire a tutti, ai diseredati in particolar modo?

No, indubbiamente, ma queste citazioni ci aiutano senz'altro a far luce sulla complessa personalità dell'intellettuale pratese che fu, in vita, un vulcano alla perenne ricerca dell'inesprimibile, un attento osservatore del costume e un critico feroce dei vizi e dell'immoralità del potere e dei poteri. Lui che aveva conosciuto il fascismo e il nazismo, che li aveva rifiutati con il suo animo di aristocratico ribelle, che li aveva combattuti da partigiano, aveva sperato che l’Italia uscita dal bagno di sangue della guerra e della guerriglia fosse un'Italia più pura, più umana. A mano a mano che i mesi, gli anni passavano, aumentavano le disillusioni, e così, spirito inquieto per natura, aveva ripreso a vagabondare alla ricerca di una mai forse trovata pacificazione. Non bisogna dimenticare che già prima della guerra, insofferente dell'aria asfittica che si respirava in Italia, era stato, sempre per motivi di studio, in Germania, Austria, Francia, Inghilterra.

Tuttavia, anche dall'estero, non mancava di interessarsi ai fatti dell'Italia. "Egli era come angosciato per il malcostume dilagante, per il lassismo, per il malgoverno. Sentiva che la lotta partigiana, di cui egli era un valido esponente, in fondo era stata vana, se a governarci erano gli stessi incompetenti e corrotti di sempre" testimonia Saverio Strati nell'articolo pubblicato sul numero 52/53 del 1978 di Prato Storia e Arte.

Ma anche in altri suoli, dove veniva trascinato dalla sua insaziabile sete di conoscenza, non mancavano le delusioni. "A Saarbrücken ho trovato molte spine" scriveva una volta. E le spine erano rappresentate dallo stato di emarginazione in cui venivano tenuti i lavoratori italiani, se non a volte oggetto di vero e proprio razzismo. L'autore di questo articolo, anch'egli all'estero in quegli stessi anni, ebbe modo di vedere (e fotografare) proprio a Saarbrücken un caffé che teneva esposto un vistoso cartello in lingua tedesca: vietato l'ingresso ai cani e agli italiani.

Lungi dal chiudersi nel suo splendido isolamento di intellettuale, Persio Nesti si adoprò fattivamente per rendere la vita dei connazionali meno bruta, più degna di essere vissuta, cercando di instillar loro la dignità di esseri liberi e pensanti. Tentò inutilmente (e il fallimento è da addebitarsi a resistenze politiche), di fondare un centro italiano di cultura, per mettere a disposizione dei nostri connazionali gli strumenti per apprendere la lingua e la storia del paese ospite, mezzo indispensabile per non restare in balia di ignoranza e pregiudizi, nonché elevarsi culturalmente e socialmente.

Le sconfitte non lo disarmarono, aizzarono anzi la sua combattività, che non si esaurì nell'attività intellettuale, divenne fattiva, pratica. Stabilì contatti con gli emigranti, visitò le loro baracche, a chi aveva freddo portava la stufa, si trasformò, in un certo senso, quasi in assistente sociale. A quanti avvertivano la necessità di innalzarsi al di sopra della propria misera condizione mise a disposizione, senza albagia, tutto il suo sapere. Cercò e trovò un'insegnante che desse lezioni di italiano ai figli dei lavoratori, che spiegasse loro il senso di un'opera d’arte. Perché se per i padri era importante conoscere bene la lingua del paese ospite, per i figli era altrettanto importante non dimenticare la lingua materna. Organizzò gite durante le quali spiegava a manovali pugliesi o muratori friulani le pitture di Chagall nella cattedrale di Metz o la storia della vecchia capitale della Lorena. Il suo era un impegno politico che non chiedeva soccorso ad alcuna struttura di partito, ma si innervava nel senso di solidarietà tra fratelli, dove ogni egoismo è bandito, ogni pregiudizio abbattuto.

Tuttavia chi, da questi brevi cenni, si immaginasse un uomo super attivo, non avrebbe colto nel segno l’intima natura di Persio Nesti. Non rispondeva a una sua profonda esigenza dedicarsi ad attività pratiche, fare il prete laico. Ma per le circostanze in cui si era trovato a vivere, non poteva latitare, come latitavano le organizzazioni ufficiali; il suo innato spirito altruistico lo spronava suo malgrado ad agire, il suo profondo senso morale e solidale lo portava naturalmente verso gli ultimi, non potendo restare inerte e pacificato a vederli vittime della propria ignoranza e di soprusi da cui non sapevano difendersi.

II suo vero lavoro era all'università di Saarbriicken, lavoro che gli valse la stima e l’amicizia di molti intellettuali tedeschi. Era ricercato dai circoli culturali, invitato a collaborare ai giornali della regione, a tenere conferenze. "Parlava nella lingua del paese ospite su un canto della Divina Commedia come sulla pittura contemporanea, senza schemi fissi. Le sue conferenze aprivano ampi orizzonti e mettevano in mostra nessi sorprendenti ... " ricorda ancora il Reinert. Solo negli ultimi tempi, quasi il presentimento della fine che si avvicinava, aveva diradato gli incontri, si faceva vedere poco in giro. Non mancava però di andarsene solo per i boschi, in lunghe passeggiate, meditando forse sul senso della vita.

Come la sua opera letteraria dimostra (emblematico il racconto "Il Sordo", credo inedito) era fondamentalmente scettico. Tuttavia, se non aveva fiducia nel potere, intuiva nei giovani una forza ancora vergine capace di poter rinnovare l'Europa; e che il mondo, magari a tastoni, cercava la via per un futuro migliore. Il '68 che, quando lui moriva, aveva appena iniziato il suo ciclo, gli suscitava speranze ardite. Ma non dalle strutture, di palazzo o periferiche, si attendeva la salvezza, bensì dall’"intelligenza", solo essa poteva salvare l’Europa da una caduta definitiva. Era in questo rimasto un puro, un vero aristocratico. Non aveva fatto (o forse non voleva fare) i conti con la natura umana. Relegando il suo scetticismo a una speranza ultraterrena, non voleva però negare all'uomo, in questa vita, un'ultima possibilità di salvezza.

Quanto alla sua opera letteraria più propriamente creativa (poesie, romanzi, racconti editi o inediti) è abbastanza abbondante e dimostra una disponibilità integra alla fantasia, al sogno reinterpretato e rivissuto secondo la propria intima vocazione. Per quanto riguarda i testi inediti, è probabile che non siano tutti definitivi. Sappiamo che Persio Nesti, mai soddisfatto, tornava continuamente sui propri elaborati. Ma un esame attento del materiale può riservare, indubbiamente, più di una sorpresa. Sarebbe una buona cosa che qualche esperto si incaricasse dell’esame degli inediti nestiani in vista di una pubblicazione, almeno parziale. Come sarebbe opportuno, a nostro avviso, riproporre in modo organico e con commento filologico, le poche opere edite di Persio Nesti: il volume di novelle Le mezze esistenze (1943), il romanzo Geno, o delle meraviglie della gioventù (1946), il romanzo I villaggi bruciano (1946), nato dalla sua esperienza di guerra in Croazia (tuttora inedito un interessantissimo "Diario croato"). Da notare che l'espressione "italiani brava gente", titolo di successo di un film, si trova proprio ne I villaggi bruciano. Il romanzo Donne di monte (1946) fu pubblicato a puntate sul "Ponte" e probabilmente Persio Nesti pensava di rielaborarlo per la pubblicazione in volume.

E' importante notare che tutta l'opera edita di Persio Nesti risale all'immediato dopoguerra; e che dipoi, non pubblicò più letteratura creativa in volume. L'ultima sua opera in volume risale al 1960: ma sono traduzioni dall'inglese, i "Cicli della letteratura americana" di R. E. Spiller. Mancanza di tempo? Forse. Ma se non pubblicava, sappiamo che scriveva, ce lo rivelano i copiosi inediti e inoltre ancora quando insegnava all'università per Stranieri a Firenze, gli amici parlavano di un volume di racconti che stava preparando (ce lo rivela Strati, nell'articolo citato), volume che non è mai comparso.

Difficoltà a trovare un buon editore? Non certo sfiducia nella letteratura creativa; sennò perché continuava a scrivere?

La risposta a questo quesito in realtà si trova in una paginetta "AI Lettore" premessa a un pamphlet ‑romanzo, dal titolo alquanto incongruo "Appunti sull'emigrazione". Un titolo che del resto non sappiamo se sia quello che il Nesti aveva scelto come definitivo. "Sia chiaro che scrivendo non ho voluto fare un monologo, ma un dialogo. Già il fatto materiale: scrivere, è un dialogo in potenza. E io voglio ‑ ma che esigente ‑ che sia un dialogo in atto. Ho scritto per una ragione che a me è sembrata altamente giusta, e cioè d'essere ascoltato". Ascoltato e letto. Quindi Persio Nesti continuava a scrivere, anche se puntualmente i suoi propositi di pubblicazione andavano frustati.

Esemplare è proprio la vicenda degli appunti sull'emigrazione. Aveva lavorato per anni a selezionare e riordinare la massa di scritti e appunti che era andato via via scrivendo nel corso del tempo sul tema dell'emigrazione. Erano impressioni, racconti, note. Un materiale enorme, come testimonia la vedova, signora Franca. Egli aveva estratto, limato, filtrato da pagine e pagine di scritti. Alla fine ne era uscito fuori un libro, 114 cartelle dattiloscritte, sulla cui pubblicazione aveva fatto molto affidamento. La paginetta "Al Lettore" premessa alla raccolta degli "appunti" sta a dimostrare, insieme a una perspicace intuizione, per i tempi, sul ruolo dei rnassmedia, quanto egli tenesse ad essere letto e che l'opera veniva ormai considerata conclusa. Del resto vale per questo la testimonianza della signora Franca. Essa ricorda che si erano recati a Roma appositamente, per una settimana, per prendere accordi con un editore. Poi Persio Nesti era caduto ammalato, le cose precipitarono. Ancora mentre era in ospedale continuava a parlare di questo libro, segno dell'importanza che vi attribuiva.

Il libro fu poi fatto leggere ad Egidio Bellandi, che lo trovò molto bello e propose alla vedova di pubblicarlo con una casa editrice di Prato. Avrebbe pensato lui a tutto. Ma di li a poco anche Egidio Bellandi morì e alla signora Nesti parve un segno del destino che la pubblicazione non dovesse avere luogo. Non si provò nemmeno a sottoporre il manoscritto (o a farlo sottoporre da qualche amico di Persio) a editori come Einaudi o Feltrinelli, secondo il consiglio di Fiorelli. Gli "appunti sull'emigrazione" rimasero a marcire in un cassetto. Eppure si tratta di un libro che si legge con un grande interesse, che propone soluzioni stilistiche e linguistiche di grande attualità anche oggi. Basta pensare all'uso dei toscanismi nei romanzi "I Villaggi bruciano" o "Geno", che in lui, uomo di cultura europea, era la ricercatezza raffinata per dare all'impasto linguistico una più sicura pregnanza anticipando soluzioni adottate poi da altri. Gli "Appunti", nati nel clima della rinascita europea, con l'enorme massa di semianalfabeti italiani a far da testa di ponte della ricostruzione (proprio a dimostrazione di quanta importanza avesse l'impasto linguistico nei suoi libri, che di volta in volta si adattava al testo in gestazione) non conservano più nulla degli stilemi nestiani precedenti, i toscanismi sono scomparsi, il testo ora si adegua alla materia e approda a soluzioni completamente nuove, perché diverso è il contesto, il tempo, l'atmosfera socio-culturale, diversa la materia da trattare.

Ora lo scrittore fa ricorso a locuzioni in tedesco, in inglese, in francese, direttamente nel testo, senza virgolette, e questo non è senza un preciso significato, come pure l'uso di termini che fanno parte di una specie di argot dell'emigrante, come per esempio “imbocciato” per assunto, Firma per Ditta, "entrapanore" per impresario ecc. Il libro, pur non raccontando una "storia" (procede per brani, dove a riflessioni di un alter ego dello scrittore si alternano confessioni di emigranti, ricordi di guerra ecc.), riesce tuttavia a dare con rara efficacia la rappresentazione di un unico dramma: quello della solitudine e dell’estraniazione da un mondo (una società) che comunque procede e si fortifica, distrugge e costruisce, si espande, soffoca. Un libro estremamente moderno, attuale ora che questa a lungo inseguita unificazione europea sta forse per concludersi, frutto della capacità di uno scrittore di intendere e interpretare i movimenti sotterranei che sottostanno al farsi e disfarsi di una civiltà. "Il ventre di Gravenbürden", potrebbe avere come sottotitolo questo inedito di Persio Nesti, che, auguriamocelo, inedito non resti ancora per molto. "Persio Nesti è uno di quegli intellettuali‑artisti appartati e segreti i cui scritti, poco noti, potrebbero un giorno rivelare delle qualità e sorprese" recitava il "Cenno Biografico" pubblicato sul n. 52/53 di Prato, Storia e Arte, a conclusione del "ricordo" di Saverio Strati. Ebbene, una prova sono proprio questi "appunti", di cui, per conoscenza del lettore diamo alcuni stralci. Ma la pubblicazione attesa da quarant’anni tarda ancora a realizzarsi, come sembra di capire. Allo stato dei fatti Prato, la sua città natale, sembra voler far cadere nel vuoto l’anniversario del centenario della nascita e del quarantennale della scomparsa.

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